May
9
Negli ultimi anni la questione mafia è precipitata nelle pagine di cronaca nera. Si è assistito a un calo dell’interesse verso le connessioni con la politica e l’economia, col risultato di appiattire l’identità di Cosa Nostra nei recinti dei suoi apparati militari. È stata sposata, anche per la mafia, quella recente tendenza dell’informazione a prestare la massima attenzione alla delinquenza individuale: l’omicidio di Tor di Quinto, le rapine nelle ville, l’infanticidio di Cogne, la strage di Erba come distrazione di massa. Film e fiction, dal canto loro, hanno recuperato quella visione folcloristica della mafia che prevede come contesto e spiegazione l’arretratezza, come consolazione l’epopea degli eroi dell’antimafia. Confinando il crimine organizzato dentro questi recinti - nei quali la ricotta di Provenzano e i decaloghi di Lo Piccolo diventano perfetti pendant, nei salotti televisivi, dei reperti di Cogne - si eludono le responsabilità delle classi dirigenti. Nicola Tranfaglia, invece, nel suo libro Perché la mafia ha vinto , edito da Utet (pp.170, euro 15), decide di seguire il filo grigio di queste responsabilità - attraverso tre epoche, quella liberale, quella fascista e quella repubblicana - per arrivare alla conclusione che, col favoreggiamento di interpretazioni localistiche e antropologiche, Cosa Nostra ha saputo adattarsi alle richieste della globalizzazione e dell’economia finanziaria. E su questo piano, ci avverte, la mafia è un metodo e un’istituzione: dopo aver analizzato la storia d’Italia, conclude che la connivenza non è affatto episodica e distratta, ma frutto di una sistematica coabitazione.
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May
8
la guardavo un po’ negl’occhi
lei mi guardava anche lei un po’ negl’occhi
ed era bello parlare insieme anche di vaccate
avrei voluto dirle: “lo sai tu che la primavera ti dona molto ?”
ma le dissi: “hai visto l’ultimo film di Custuriza ?”
lei rispose: “sì, bello”
ma io avrei voluto dirle: “lo sai che le tue labbra, hai la bocca più al sapore di ciliegia che ho mai visto, sei la più bella, forse di tutto il mondo ?”
ma le dissi: “beh certo sto Custuriza è propio un bel registone”
e lei rispose: “sì, proprio”
lei c’aveva occhi castani grandi
grandi castani occhi grandi
avrei voluto dirle: “scappo via vieni con me dove nessuno ci trova”
e poi l’avrei baciata per due giorni di seguito
senza staccare i miei labbri
dalla sua stupenda bocca stupenda
ma le dissi: “beh, allora ciao”
e lei: “ciao allora”
“sì, ciao, ci si vede”
“sì ci si vede”
“magari un giorno ti chiamo”
“sì , magari un giorno…”
poi giunse un tipo
tra l’altro molto brutto
che se la portò via
e un po’ l’abbracciava
e in lontananza, forse, vidi pure
che le dava un bacio sulla bocca
ma non è certo
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May
7
Avendo finito gli argomenti interessanti nel ‘98, continuo con l’esporvi una serie di cazzi miei, in modo tale che anche gli ultimi due lettori di CB mi abbandonino e possa chiudere la mia esperienza sul blog senza troppi rimpianti. Ora, dovete sapere che io ho una spondilolistesi, che sarebbe una vertebra schiacciata, o spostata in fuori (non mi ricordo). In conseguenza di questo, soffro spesso di mal di schiena e quindi, in conseguenza della conseguenza di prima, ho iniziato ad andare in palestra per: 1) dimagrire (sfioro i 95 chili) e 2) rinforzare addominali e dorsali, unico sistema di ingabbiare la vertebra figlia di puttana. Poi c’è anche il motivo 3), chiaro, e cioè guardare le ragazze che fanno gli esercizi per gli adduttori o i pettorali1, ma adesso non voglio rivelare troppo di me (sono una persona molto discreta), quindi fate conto che il punto 3) non ve l’abbia detto. Dopo un po’ di tempo che mi ero iscritto a questa palestra, comincio ad essere tempestato di telefonate da quella che gestisce il centro benessere della stessa. Continua a leggere
- sì, donne che mi leggete e andate in palestra: sappiate che mentre fate questi esercizi, tutti gli uomini eterosessuali presenti in sala vi stanno fissando [torna su]
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May
6
Cominciano alla mattina. Si svegliano con me. Dopo una notte arroccati tra le mie viscere come soldati in una trincea, il suono della sveglia li desta, e loro, cauti cauti, riprendono il giogo infernale, si riappropriano della loro vita e della mia.
Pensate che, stamattina, per un attimo ho come fatto finta di continuare a dormire pur essendomi svegliato prima che quell’orologio suonasse. Tenevo gli occhi socchiusi e strisciando mi avvicinavo al bordo del letto, scivolando sulle lenzuola, quando d’improvviso sono saltato sulle gambe. Per un attimo li ho fregati, credo che non se ne fossero accorti subito quei fottuti, e io credevo d’averla fatta franca almeno per oggi, di averli dispersi per qualche tempo. Invece quei maledetti dopo un infimo lasso di tempo, mi hanno assalito e, dovevate vederli come si vendicavano, su e giù per tutto il corpo, massacrandomi la schiena, i fianchi, fino all’osso del collo, a dieci, mille colpi alla volta, forse non mi avevano mai violentato tanto, perché lo so io, che quando cerco di fregarli, loro poi ci danno dentro quando mi riprendono.
Questa è già la seconda volta che tento una tattica di fuga del genere, ed è la seconda volta che pago conto doppio.
Basta, dovrò farmene una ragione. Guardiamo in faccia la realtà e affrontiamola.
Ormai sono quasi certo di essere più che vicino alla morte, sento di essere più di là che di qua, il mio tempo è arrivato e questi dolori sono dei becchini che mi stanno portando da lei. Continua a leggere
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May
5
(due sono davanti alla tv. Uno ha il saio, l’altro no)
- Vedi, è questo il problema: guarda come appaio brutto…
- Brutto?
- Brutto.
- Ma brutto come?
- Guarda qui. Guarda che roba. Le rughe e quel pizzetto… Questi pensano che sono davvero un santino… La gente pensa… Io non lo so mica cosa si sono messi in testa questi scriteriati…
- E’ una vita che la vedono così, signore. Lei è un’icona, prima di tutto. Lei è…
(l’uomo col saio si batte tutte e due le mani sulle guance. Con forza)
- Ma questa è la mia faccia, questa! Non quella del santino, delle figurine, delle bandierine, delle bandanine, delle iconine. Per chi mi hanno preso, tutti quanti? E per chi mi hai preso TU? T’ho chiamato apposta, non mi fare pentire…
- Però, signore, la guardi la gente com’è contenta… Come sono tutti… Tutti… Ecco, sereni. Sì: sono tutti sereni…
- Bof…
- … Guardi, guardi i bambini, guardi gli anziani, le persone in carrozzella. Guardi! Guardi come fanno la fila, come aspettano pazienti il proprio turno…
(l’uomo col saio si dà una spinta coi piedi e la sedia su cui è seduto fa una piroetta all’indietro, allontanandolo dallo schermo)
- Ma stanno guardando un pupazzo. Un pupazzo di silicone…
- … E poi guardi i giovani… Quante persone piene di felicità! Quanta gioia! Guardi quanta serenità, Padre! Quanta… Quanto…
- … Quanto SILICONE! Quello un pupazzo di silicone è! Mettici una bambola gonfiabile e avrai la stessa gente “felice”. Silicone per silicone… Continua a leggere
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May
2
Per Natale, Ortensia mi ha fatto un bel pompino. «È tutto quello che posso regalarti», ha detto. «Ortensia, Ortensia», ho fatto io, «non si parla con la bocca piena, almeno a Natale!». E giù a ridere tutti e due. Ortensia è una donna molto spiritosa, anche se è nata senza braccia. Certe volte, quando le serve qualcosa, mi dice: «Senti… mi dai una mano?». È da quando la conosco che ripete sempre questa battuta e poi mi guarda. Un attimo dopo scoppiamo a ridere, ogni volta come se fosse la prima volta. Ah, Ortensia. Che donna è Ortensia. Altre volte, le dico: «Ortensia! Andiamo a farci una passeggiata?», e lei ride e ride. È una battuta che possiamo capire solo noi due, perché Ortensia è nata anche senza gambe. Così, finisce che la sollevo, la carico nella borsa della spesa e la porto in giro. Ci fermiamo sempre nel solito giardinetto. Poggio la borsa (con Ortensia) per terra e mi siedo su una panchina a leggere il giornale. Prima o poi, qualche cane le si avvicina. Un po’ per via di quei suoi cappellini floreali, un po’ perché è veramente facile scambiarla per un tronchetto della felicità, insomma, la bestia alza la gamba e… Dopo qualche tempo, Ortensia mi dice: «Portami a casa». Io guardo la borsa bagnata e dico in tono grave: «Ma Ortensia, te la sei fatta di nuovo addosso, eh?». Lei a quel punto scoppia a piangere, ma in realtà ride, io lo so. Sono proprio un uomo fortunato ad avere Ortensia. Lei non è come le altre. Basta così poco a farla felice.
(Nota a piè di pagina)
Un caso analogo venne riportato da Paul Gilson nel 1930 («Elle lisait des livres dont elle tournait les pages en douceur du bout de son nez»). Solitaria di fronte alla folla del Luna Park, Violetta veniva lasciata su un piedistallo di fianco ad uno specchio, come un manichino nella vetrina di un negozio d’abbigliamento. E sorrideva per ore e ore.
(Nota a fine libro)
Conobbi una focomelica che si era separata dal suo uomo solo perché dopo tre anni di convivenza aveva avuto il coraggio di chiederle la mano. La sinistra, per la precisione. La destra era infatti formata da tre dita, mentre la sinistra era un unico grande dito. Si era innamorato soltanto di questo, non di lei, e desiderava ardentemente che glielo ficcasse in culo.
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Apr
30
Racconto di Alessandro De Santis
Anthony non parla bene, Anthony non si muove bene, Anthony non scrive bene, Anthony non si vuole bene.
E’ proprio vero che per stare a questo mondo ci vuole un grande stomaco, e lui ce l’ha: due volte più grande di quello di un normale ragazzo della sua età; il suo potrebbe tranquillamente essere lo stomaco di un grizzly.
Quando la mattina presto alza gli occhi al soffitto che non riesce a riprender sonno, il bianco indaco diventa la lavagna dei suoi pensieri: la sua vita gli dà da pensare. Il suo è un respiro sempre affannato, faticoso, grossolano, l’aria gli preme sui polmoni, l’aria che ne esce è già viziata, difettosa, senza slancio. Anche trattenere il fiato è per lui uno strazio, niente farfalle nello stomaco, niente singhiozzi sgarzolini, niente di niente che non sia la sensazione di avere un’incudine appesa al cuore.
Ma poi, affanculo al mondo e via, dopotutto moriremo tutti schiattati.
Anthony non vuole fare gli esami, non vuole cambiare scuola, non vuole salire di grado, Anthony non vuole che gli succhino via il sangue.
E’ proprio vero che per stare a questo mondo ci vuole qualche lavoretto da dover sbrigare, e lui ce l’ha, anzi ne può contare fino a ben sei al giorno.
Natale, il suo vicino di casa, si è bevuto il cervello: di punto in bianco ha deciso di voler assomigliare a Kate Moss. Capite bene sì? Lui, un trentacinquenne piccolino e tozzo come un personaggio di Burger Time. Hai voglia i suoi amici a spiegargli che quella lì è così magra perché non sa fare altro che sniffare e scopare. Continua a leggere
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