Apr
30
Non ricordo in quale raccolta di racconti “enigmatici” e non fantascientifici (o “Gli enigmi dell’Union Club” o “Il Club dei Vedovi Neri”; dovrei controllare) Isaac Asimov affermava di essere sempre stato un grande ammiratore degli investigatori empirici alla Sherlock Holmes o alla Poirot. Asimov, per la cui figura di divulgatore scientifico e scrittore nutro una grande deferenza, introduceva questi suoi racconti facendo notare ai suoi lettori che Holmes e Poirot la soluzione finivano per trovarla sempre, ed erano così bravi nell’esporre ai protagonisti della storia tutti i loro ragionamenti logici, ma così bravi, che alla fine il colpevole dell’omicidio non poteva far altro che confessare il delitto o addirittura uccidersi, stritolato dalla logica ferrea dei due ficcanaso. Asimov ammirava questo approccio al mistero, il tentativo di indagarlo in maniera scientifica, basandosi sull’osservazione dei fatti; ma era anche dell’idea che nella realtà, per ottenere una confessione da parte di un assassino, ci sia da sbattersi un pochino di più tra intimidazioni, urla e qualche schiaffone. Le dimostrazioni geometriche dei teoremi, insomma, con gli assassini veri non funzionerebbero. Si arrampicherebbero sugli specchi, si appellerebbero al V Emendamento (anche qui in Italia, dove non conta niente), si rifiuterebbero di parlare senza (e a volte anche con) il proprio avvocato. Insomma, come il marito faccia di bronzo beccato dalla moglie in pieno amplesso con l’amante, negherebbero l’evidenza.
Nel mio piccolo, Professor Asimov, io posso essere anche d’accordo con Lei: i criminali incalliti negherebbero l‘evidenza, sì, ma solo quelli con una certa dose di attributi e che a trattare con le divise e i giudici ci sono più o meno abituati. I Riina e i Felice Maniero, ecco, quelli che per una vita hanno sempre fatto dentro e fuori (più fuori che dentro, a dire la verità); ma i Saurisandroni qualsiasi non lo so mica se reggerebbero alla pressione… tutto è relativo, credo (e i nostri odierni teocon non mi convinceranno mai del contrario), e quindi anche la teoria asimoviana esposta qui sopra non mi pare dimostrabile. Qualche esempio? Volentieri.
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Byzantium şhöw | Commenta
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Apr
29
Lui sta dietro il vetro,
a guardarla,
e non ci crede,
non può essere vero,
non è possibile.
Ripensa a tutte le volte che i suoi vecchi gli blateravano di
non correre
troppo.
Mettiti il casco,
non andate in due su quel catorcio.
Mettiti il casco, mettiti il casco, mettiti…
non in due, non in due, non…
E poi quel coglione che scende dalla macchina senza guardare.
Lo sportello improvvisamente sulla traiettoria del motorino.
Il tentativo disperato di evitarlo,
la frenata.
Inutile.
Lo scontro.
Lei che gli vola sopra le spalle.
Lei, un secoooooooooondo per aria, un angelo senza le ali.
E poi a terra, la testa spaccata sopra il selciato.
Il sangue.
I denti r-o-t-t-i.
L’arrivo dell’autoambulanza.
Lui qualche graffio,
otto punti sul mento,
il jeans sdrucito al ginocchio.
Lei terapia intensiva.
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Fiçtion feştival, Delyriüm freakş | Commenta
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Apr
28
Un pedofilo uccide due bambine, è arrestato. Dopo quattro anni scappa dal carcere. La polizia sa bene che se non lo riprende il pedofilo colpirà ancora. Infatti il pedofilo, che è anche feticista dei piedi, colpisce ancora. Il padre della terza bambina uccisa decide di farsi giustizia da sé. Questa, in una sintesi che non rende giustizia alla sua complessità, la trama di un romanzo brutale. Un romanzo non incentrato su un singolo personaggio, cosa singolare nel mondo dei thriller, ma su molti personaggi ugualmente importanti. Il pedofilo Lund, intanto. Il padre della bambina uccisa. Due poliziotti, alcune guardie carcerarie, alcuni detenuti. E tutti i personaggi sono in qualche modo odiosi. Non c’è un buono.
Sono i pensieri espliciti del pedofilo a introdurre il lettore alla vicenda. Questi pensieri tornano spesso. E’ una tecnica che può disturbare, ma che risulta fondamentale per una storia il cui tema centrale è la furia e il desiderio di farsi giustizia da sé.
Un romanzo, inizialmente un po’ lento, molto duro su temi difficili: pedofilia e giustizia, ben scritto, un linguaggio secco, senza fronzoli, e molto coinvolgente. Uno degli autori, Hellstrom, è un ex criminale e tossicodipendente, e conosce probabilmente bene la vita carceraria. L’altro, Roslund, è un giornalista pluripremiato per documentari sulle carceri.
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Leçtores förmidable, Anders Roslund, Borge Hellstrom | 1 Commento
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Apr
27
“Cane Rabbioso”, esordio letterario di Angelo Petrella, è un cazzottone nello stomaco, di quelli che ti lasciano senza fiato. Ho pubblicamente affermato più volte che a me piacciono i cattivi, i villains: ecco, il protagonista di questo libro è un cattivo davvero perfido, senza nessun chiaroscuro. Anzi, per meglio dire, è uno niente chiaro e solo scuro. Si tratta di uno talmente negativo e odioso che alla fine non risulta neanche cattivo: tutte le turpitudini che fa, infatti, le fa in un modo molto naturale e spontaneo, dimodoché quando arrivi in fondo al libro ti sembra che non sia neanche da condannare, semplicemente perchè lui “è fatto così”. Più o meno le stesse cose che provi dopo aver letto le malefatte di Alex in “Arancia Meccanica” (e guardate qui che popo’ di complimento sono andato a fare ad Angelo Petrella). Continua a leggere
Apr
26
Bof, bof, bof.
Da dormiglione ho letto Primi Riti del Dolce Sonno di Misia Donati, pubblicato dalla giovane casa editrice Zandegù. Ho diverse perplessità. Proverò ora a elencarle.
1. Il nome della collana “i fichissimi” è quantomeno… imbarazzante? Sì, imbarazzante è il termine adatto.
2. La copertina (nota importante: giudicare SEMPRE i libri dalla copertina). Nonostante la grafica Zandegù sia mediamente accattivante, anche se forse eccessiva per dei libri, questa sembra realizzata col paint.
3. Lo pseudonimo Misia Donati. Quando ho scoperto che era maschio m’è preso un collasso, ché già la vita concede pochissime certezze, ci mancava un altro nome maschile con la “a” finale. Per quanto mi riguarda, Andrea basta e avanza.
4. La trama (tre giovani narcolettici si isolano per dieci giorni in una villa abbandonata) è spezzettata. L’ansia di creare un immaginario surreale e cupo, a ritmo di CD inceppato, rende tutto abbozzato, dalla resa dei tre protagonisti alla…
5. …prosa, fatta di sprazzi di discreto lirismo, ma anche troppo sincopata (singhiozzante?). Su IBS, lodi sperticate paragonano Primi riti del dolce sonno alla Trilogia della città di K. Paragone fuori giri, anche se qua e là si sente la presenza del fantasma di Agota Kristof.
6. La narcolessia. Mi è piaciuta l’idea di fare del sonno un superpotere (per un attimo mi sono sentito un Supereroe anch’io). Donati però non affronta adeguatamente la patologia, affidandosi quasi esclusivamente a schede scientifiche, prese da neuropsicologia.it. Gli effetti sono poco chiari.
Inoltre, se è vero che i ragazzi vedono nella malattia un potere paranormale, beh, trovo ingiustificabile e poco plausibile…
7. …il finale.
8. E non mi è piaciuta la colonna sonora: odio i Placebo.
9. Inoltre l’autore viene dalla Scuola Holden. Brrr…
10. Ci vuole sempre un punto 10.
Primi Riti del Dolce Sonno, Misia Donati, Zandegù Editore
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Apr
25
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Non immaginava una giornata da mezzofondista, Gianluca, proprio lui che ha sempre odiato lo sport.
Seduto per terra, testa poggiata al muro, labbro e sopracciglio sanguinanti, naso rotto, costato dolorante, pensa alla corsa per tutta la città. Una corsa senza pretese, una questione di tempo: si trattava solo di rinviare l’agonia. U Catena è ultras. La corsa tra le vie, da lepre o da cacciatore, è sport ufficiale, per lui.
Così, cinque minuti e i giochi erano finiti. Vicolo cieco e U Catena alle spalle, spranga in mano, sorridente.
“E mo ti furnu!”* è l’ultima frase che Gianluca ha sentito. Poi solo dolore.
Si guarda le mani. Il sangue si mescola al ducotone. Chissà se hanno preso barattolo e pennello. Chissà Marco. Chissà Stefano. Chissà Ivan.
Sputa sangue, prova un sorriso e chiude gli occhi. La scritta 25 APRILE LUTTO NAZIONALE, per il momento, non c’è più.
*”E ora ti finisco!”
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Politiçş şhow, Fiçtion feştival | Commenta
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Apr
25
Il romanzo d’esordio di Joshua Ferris, “E poi siamo arrivati alla fine”, edito in Italia in anteprima mondiale da Neri Pozza, ci offre una chiave di lettura già dal titolo del primo capitolo: “Voi non sapete che cosa c’è nel mio cuore”. Ambientato in una grande agenzia pubblicitaria americana, in un contesto lavorativo che tende a depennare le individualità, il romanzo gira intorno alle esistenze dei creativi dell’agenzia, riuscendo a restituire ciò che Nick Hornby nella quarta di copertina definisce “il rumore delle nostre vite che scorrono”. I personaggi, incastrati nei percorsi obbligati dei loro cubicoli, dei piani del grattacielo dove ha sede l’agenzia, nelle parole e nei respiri dei colleghi, lavorano, parlano, soffrono, gioiscono perfino pensano come un unico essere collettivo: così la voce narrante non può che essere la prima persona plurale, un interessante artificio che fa pulsare l’intero romanzo con un unico, potente battito. Ma non è un palpito cattivo, quello che esprime questa unica voce collettiva, perché a Ferris non interessa accanirsi sull’assurdità della condizione lavorativa contemporanea; piuttosto preferisce farci entrare nel vivo di esistenze umane, nella vita dei personaggi che sognando e disperandosi, fanno di tutto per non lasciarsi travolgere dalle acque melmose di una crisi economica e lavorativa epocale. Tom, Joe, Karen, Benny, Genevieve, Carl, Jim, Amber, Larry fanno capolino nei cubicoli scambiandosi le poltrone, gli oggetti collocati sulle postazioni, stordendosi in una processione infinita di pettegolezzi; si esibiscono in sfinenti previsioni su chi sarà il prossimo collega costretto a poggiare la testa sotto la inesorabile ghigliottina dei licenziamenti; provano, seppur nel coagulo trasparente della chiacchiera lavorativa, a far penetrare la vita tra i computer, le stampanti, i briefing. Tom dopo il licenziamento sta impazzendo? O era già pazzo, prima? Ha minacciato di buttare il suo computer dalla finestra dell’ufficio. Tornerà e ammazzerà tutti? Innanzi tutto Joe con il quale si era scontrato? Carl non vuol far sapere alla moglie di essere depresso. E dice cose strane. Resisterà? Sarà il prossimo a essere licenziato?
Le biografie di questi personaggi, nonostante la loro appartenenza al mondo dei creativi, si rivelano minime. Ambiscono tutti a un qualcos’altro che a volte rimane indefinito, altre si concretizza nel sogno di un romanzo da scrivere o di una serie di tele sui pesci da dipingere… Ma queste esistenze, investite dal soffio narrativo di Ferris, riflessivo e struggente, pronto a dare consistenza ai loro sentimenti e alle loro relazioni, alle loro insoddisfazioni e alle loro ossessioni, si trasformano in vite epiche, soggetti dell’unica epopea possibile in questa sorta di office beauty moderno.
Joshua Ferris dà prova così di grande talento, con questo suo esordio, riuscendo peraltro ad annegare i suoi temi in un ritmo narrativo estremamente suggestivo, dove le storie dei personaggi, quasi imitando la struttura tortuosa dei cubicoli dell’ufficio, si intrecciano sviluppandosi in un originale crescendo sinuoso.
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Leçtores förmidable, Joshua Ferris | 4 Commenti
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