Sep
28
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Politiçş şhow | 1 Commento
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Sep
28
sento l’augello
fischietta giulivo
io non lo sono
giulivo
dopo che l’ho sparato
anche l’augello
è più
pensieroso
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Byzantium şhöw | 2 Commenti
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Sep
27
Sotto un cielo di cenere, davanti a un sole malato come un grande glaucoma spalancato sul mondo, un uomo e un bambino arrancano in mezzo al fango e alla neve trascinando un carrello. L’apocalisse non è ancora arrivata, Cormac McCarthy sì.
Si chiama La strada l’ultimo prodigioso libro dello scrittore premio Pulitzer. Come nel più classico dei road-movie, o dei road-book, due uomini attraversano un territorio sconfinato diretti a sud. Solo che stavolta non sono due cow-boys, ma padre e figlio, e davanti a loro non hanno praterie sterminate, ma paurose macerie di un mondo postatomico. Riverberi lontani di città in fiamme, picchi innevati, foreste di alberi morti, lande desolate battute dal vento e da terrificanti bande di predoni cannibali, muti deserti di carcasse, spiaggie rilucenti di milioni di ossa e lische, e un oceano freddo e nero che si muove come materiale radiattivo in una vasca di stoccaggio. Sembra di leggere Omero ma è McCarthy, sembra di avere tra le mani Elliot (”Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano/Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata” T.S. Eliot, The Waste Land), ma è sempre McCarthy, sembra poesia e invece è prosa.
E i suoi personaggi senza nome, “uomo” e “bambino”, non sono personaggi, sono due archetipi umani, eroi tragici in lotta per la sopravvivenza in un mondo più feroce della natura. Ma la violenza dei libri di McCarthy non è mai gratuita ma simbolica, antica come la Bibbia e moderna come l’America di Bush.
Non ho parole per descrivere il libro di McCharty, perché dopo aver letto questo libro ci si sente in colpa per ogni parola in più che si adopera. Stavolta il lavoro di sottrazione sulla lingua è talmente estremo che il linguaggio regredisce ad uno stato primordiale, come i pochi sopravvisssuti sulla terra. La lingua si fa ossidiana, punta acuminata di selce, utensile mirabile e perfetto nella sua elementarità. Il lessico antico e potente come una preghiera. La prosa scarna e sincopata, brevi paragrafi separati da stacchi, come graffiti sulle pareti della pagina. Il paesaggio si decompone per tornare agli elementi primari: acqua, aria, terra, fuoco. Il correlativo interiore è il paesaggio degli istinti primitivi - il coraggio, la paura, l’amore, la ferocia - che muovono l’antica danza dell’uomo eternamente sospeso tra la vita e la morte.
Io ho pianto, ho pianto e ho tremato e ho gioito ad ascoltare il canto disperato di un padre e un figlio che custodiscono il dono del fuoco, e tramandano quello della civiltà, che forse si estinguerà con loro.
La strada è un libro che fa giustizia di scaffali di libri mediocri e precipita legioni di scrittori nei gironi dell’autocommiserazione. La strada fa sparire tutto, perché quando lo leggi c’è solo quella maledetta strada, quell’uomo e quel bambino. La strada è un grande libro perché è un libro universale, che parla all’uomo per mezzo dell’uomo. Non devo sapere niente per leggerlo, devo solo saper leggere. E non è solo un libro ma anche un rito, e l’unico requisito per partecipare è vivere.
Nell’undicesimo Libro dell’Odissea l’indovino Tiresia predice l’intero viaggio ad Ulisse: ma la storia del Re di Itaca non terminerà con la strage dei Proci. Egli riprenderà il mare, sbarcherà e camminerà portandosi un remo in spalla, e incontrerà genti che non conoscono il mare e che non adoperano il sale, finché sulla sua strada troverà un viandante che scambierà il remo per un ventilabro. Solo allora dovrà piantare il remo in terra, e dopo aver sacrificato un verro un ariete e un toro agli Dei, potrà finalmente fare ritorno alla sua reggia e morire di muta vecchiezza e i popoli vivranno in pace. Quel remo piantato in mezzo al deserto è il confine dell’epos, oltre non c’è racconto, ma sabbia e silenzio.
Mentre leggevo La strada e seguivo quelle figure avanzare su quelle plaghe inospitali, ho immaginato che il viandante della profezia di Tiresia fosse il viandante che compare alla fine de La strada.
In ogni caso, Ulisse può star sicuro che ci penserà McCharty a raccogliere quel remo, e a ficcarlo nell’occhio di qualcuno.
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Leçtores förmidable, Cormac McCarthy | 7 Commenti
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Sep
26
L’opera e l’autore: Allo spirare della seconda guerra mondiale, il grande scrittore inglese, noto con lo pseudonimo di George Orwell, consegna alle stampe, in breve tempo, due capolavori: “La fattoria degli animali” e “Millenovecentoottantaquattro (1984)”, drammatiche rappresentazioni delle correnti ineguaglianze sociali, munite di una straordinaria carica onirica, triste presagio delle derive autoritarie del tempo e degli anni a venire.
Tuttavia, poco prima della tragica scomparsa del Maestro, questi fa in tempo a dettare all’ultima moglie Sonia Bronwell l’ennesimo capolavoro, rimasto fino ad oggi ignoto ed inedito: “1985”. Il testo, che si atteggia a vera e propria prosecuzione del precedente, ci fa capire, in primo luogo, che Orwell considerava “1984” un incompiuto (e dunque ce ne suggerisce una lettura più aperta); e poi, ci fornisce indirettamente un’ulteriore testimonianza degli ultimi anni del grande scrittore, anche grazie alle memorie della sig.ra Orwell. Nelle quali così viene ricordato il momento del compimento dell’opera:
Sonia: “And now, George, what should we do with this masterpiece?”
Orwell: “In your opinion, dear and beloved Sonia, what should we do with an unpublished book? Maybe, the book should be pub…”.
Sonia: “I don’t know… puberty?”.
Orwell: “No, dear: what the **** the puberty has to do with a book?”
Sonia: “Pubic?”
Orwell: “Are you joking, sweetie?”
Sonia: “Ok, I got it: Pub!”
Orwell (crying): “Why that day I didn’t stay at home, rather than marrying such a ******* like you…”.
Il terribile equivoco fra i coniugi Orwell impedirà all’ultimo capolavoro del Maestro inglese di vedere la luce per decenni; riscoperto dal Piorrea in trasferta a Londra per l’annuale “Sex Pavillion”, verrà da questi segnalato al Cavaliere, che non si farà sfuggire l’ennesimo colpo editoriale.
La trama: Winston ha ormai dimenticato Julia. La vita in Oceania scorre sempre uguale, e nulla sembra poter sollevare gli oppressi dal loro terribile destino di omologazione. Tuttavia, un cambiamento, ignoto ai più, cova nei recessi del sistema di oppressione costruito dal Partito e dal Grande Fratello: la Grande Sorella, sorella per l’appunto del Grande Fratello, partorisce, non senza biblico dolore, un bambino maschio, per l’appunto il Grande Nipote!
Il Grande Fratello, sulle prime, non attribuisce grande significato alla notizia: il potere è sempre saldamente nelle sue mani, e nessuno sembra essere in grado neppure di minacciarlo. Il Grande Nipote cresce così sereno, ma quando compie il primo compleanno (e dunque nel 1985), alla festa di famiglia (dove ci sono tutti: il Grande Fratello, ma anche i Grandi Genitori, i Grandi Nonni, i Grandi Zii, ma soprattutto la temutissima Grande Suocera!), la Grande Sorella, col Grande Marito accanto, spezza la quiete del ricevimento con un annuncio inatteso: in realtà il Grande Nipote non è figlio unico, ma ha un fratello, vissuto nascosto per anni!
“Embè, sticaz…, no, volevo dire molto interessante, ma a noi che ce ne frega…” è il primo, sarcastico commento del Grande Fratello. “Eh, si vede che il potere logora anche chi ce l’ha, caro Grande Fratello: se mio figlio non è figlio unico, come si chiama?”. “Non so… Pino?”, azzarda il Grande Fratello. “Che c***o c’entra Pino?? Si chiama Grande Fratello! E quindi spetta a lui il comando!”, grida la Grande Sorella al parentame incredulo.
Si apre così una terribile lotta per la successione, che si concluderà con la presa del potere da parte del nuovo Grande Fratello: il quale si dimostrerà un tiranno ancor peggiore di chi l’aveva preceduto, adottando provvedimenti spietati, quali l’obbligo per tutti i cittadini di età superiore ai dodici anni di guardare per almeno tre ore al giorno una trasmissione chiamata “Uomini e donne”, condotta dal marito di un noto giornalista molto vicino al Grande Fratello, così portando il tasso annuo di suicidi dal 12.5% della popolazione al 23% netto (quasi il doppio).
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Leçtores förmidable, Herbert Quain, George Orwell | 3 Commenti
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Sep
25

Alle giornate della moda di Milano presentata la collezione primavera-estate della giovane stilista Rosy Bindi. Il negozio online è qui.
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Byzantium şhöw, Politiçş şhow | Commenta
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Sep
24
Il magistrato Luigi De Magistris (nomen omen, direbbero i latini. Altro che Henry John Woodcock, che, con un nome così, si spaccia pure per napoletano) finisce la sua esperienza catanzarese. Ad annunciare il trasferimento, è stato proprio il comico istrione umorista Ministro (madonna, ma è davvero ministro?) di Grazia e Giustizia Clemente Pastella Mastella. Le dichiarazioni ufficiali del giullare Ministro parlano di irregolarità nell’inchiesta “Why Not”, mentre, secondo la Repubblica, “l’iniziativa giunge proprio nel momento in cui il pm De Magistris sta valutando se iscrivere il ministro nel registro degli indagati”. Ma le ragioni, in realtà, sembrerebbero ben altre. Voci non smentite, infatti, portano alla luce dissapori di carattere personale. Pare che i due, durante un piacevole convivio, siano sfociati in una furibonda discussione. Alla base dello scontro, l’eterno dilemma Ma sulla pizza margherita è meglio la bufala o il fiordilatte? E’ stato allora che il saltimbanco Ministro, portavoce del partito “bufala” (non l’avreste mai detto, vero?), stanco del respingente atteggiamento del magistrato, ha urlato “Ecco, te la sei cercata. Altro che fiordilatte! Per te sono finiti i tempi del morseddu“. Dicono che De Magistris, amante del prodotto della cucina catanzarese, si sia allontanato in lacrime.
Durante l’ultimo spettacolo la conferenza stampa, sfoggiando uno dei migliori pezzi del suo repertorio, il cabaretista Ministro, tra le risate generali, ha dichiarato: “Non sono preoccupato, e non devo esserlo. Mica ho rubato”.
Le reazioni:
Sono addolorato. Perdo il mio miglior cliente. Il venditore di morseddu.
De Magistris? ‘A prossima vota s’impara mu si fha li cazzi sùa. Un distinto passante catanzarese.
Yuppie! Il Signor S., veterinario.
Vai Clemente, sei tutti noi! Un abitante di Ceppaloni (come si dirà, cippalippo?)
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Politiçş şhow | 5 Commenti
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Sep
21
“Non è possibile, sta succedendo”, mormoro tra me e me.
“Come?” Mi chiede il Cane.
“Niente, niente”, cerco di distrarlo indicandogli il grosso sedere della terza Dromedarina da destra. Ci riesco. Il Cane adesso non fa altro che darmi gomitate, quasi mi spacca il costato, e sorride appagato, e ammicca, e indica senza ritegno la calzamaglia della ragazza.
“Cazzo”, precisa poi, “le si è incuneata tra le natiche!” Ma io guardo oltre, al di là delle quinte, al di là della foresta di cartone e polistirolo, quasi sul telone nero che è adibito a sipario dello show.
L’ho visto. Era lui!
Ne sono sicuro.
Se ne stava lì indisturbato e mi cercava con gli occhi fino a quando mi ha trovato, tra il Cane e la donna-orologio, e non ha smesso di fissarmi con quella sua consueta aria canzonatoria. Istintivamente ho abbassato la testa, poi mi sono piegato in due, proprio mentre il presentatore, un riciclatissimo Andrea Brugherio, annuncia l’entrata in scena di Eleonora Interpizzi. Ho visto le sue foto di nudo integrale scattate da John Worehouse per il calendario di Vip-situation, ha dichiarato che viene in trasmissione solo per poter incontrare l’Uomo-pelo, che sarei io. Adesso si dirige verso di me con quel suo portamento provocante, il magnifico seno che ho ammirato immortalato da John Worehous in questo preciso momento è puntato nella mia direzione, sussulta imprigionato da uno striminzito reggiseno viola, uno dei componenti del bikini confezionato apposta per lei da Ludovico Strassi e battuto all’asta, in beneficenza, per cinquantamila euro solo due giorni fa.
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Fiçtion feştival | 1 Commento
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