Nov
30
t’ho scritto
tantissime bellissime poesie d’amore
che se le metti tutte assieme
ne viene almeno un chilo
già dalla mattina
mentre sorseggiavo il the all’arancia-cannella
e guardavo il cielo blu
mi venivano in testa
poesie
una dietro l’altra
ed io sorridevo
e il cielo rimaneva sempre blu
e gli uccelletti cantavano ariette meravigliose
e profumo di fiori inondava le mie nari
e la gente era bella
e il mondo era buono
e Dio era un grand’uomo
adesso
il cielo è grigio-maròn
e gli uccelli cagazzano sul mio davanzale
e sento puzza di merda
e ho pure finito il the arancia-cannella
e non ti scrivo più poesie d’amore
ma se t’incontro
ti tiro un sasso nella fronte
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Byzantium şhöw | 13 Commenti
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Nov
29
Di Gabriele Pepe
La mia casa è infetta
Parete calcinata
Mattone pizzicato
Fazioso e condannato.
La mia casa è chiusa. Chiusa alla magia
Chiusa al destino all’ospite inatteso
Al portico al vetro
A lampade nel retro.
La mia casa è demenza
Roipnol eroico dell’invadenza
Clonazione del reale
L’odore penetrante
Sparato dalle fiale
Soggetta alla carogna
Seguace del rimorso
Epidemia scommessa
Di grazia e di conforto
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Fiçtion feştival | Commenta
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Nov
28
Roma, stazione Termini. Mercoledì 21 novembre, ore 12.30. Sala d’aspetto accanto al binario 1.
Sono seduto su una di quelle panchine a forma di sedie o viceversa, aspettando l’Eurostar per Padova. La gente legge, parla sottovoce, qualcuno dorme. Squilla il cellulare a qualcuno nella fila dietro di me. Ha la suoneria de “Il Padrino”.
“Pronto?” risponde uno con un accento siciliano così lieve che si riusciva a risalire anche al numero civico di casa sua a Palermo. Dopo i convenevoli comincia a rispondere alle domande dell’interlocutore.
“Ma che minghia disci, sono iggiornali… io mai sono stato mafioso. Ho solo collabbborato esternariamente, uno stagge in pratica, e dare 9 anni di galera per uno stagge… dico io datelo ai datori di lavoro che non versano manco i contributi”.
Sicuramente ho capito male o quell’uomo sta scherzando.
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Byzantium şhöw | 7 Commenti
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Nov
27
Erika arrivò davanti al Padreterno e si tolse gli occhiali da sole.
Dio la osservò riporli nella borsetta e sputare il chewin gum nel pugno chiuso della mano. Poi Erika avanzò e nella stanza perfettamente bianca ci fu solo un rumore e questo rumore era lo scalpiccìo prodotto dai suoi tacchi. Dio onnipotente si raddrizzò sul Trono facendo leva con le mani inanellate sui braccioli di legno importante: la Sua figura era ovvia, con la barba bianca e una veste dello stesso colore tanto liscia da non presentare nemmeno un’ombra, non una sfumatura. Quando i piedi di Erika, avvolti dentro deliziosi sandali allacciati alla schiava, si arrestarono la distanza tra i due era ridotta a mezzo metro scarso.
- Dio…
- … Tu sei Erika – la interruppe l’Onnipotente in maniera perentoria, senza manifestare dubbio.
- Sì… – acconsentì la creatura mortale davanti a Lui abbassando il capo, ma solo per controllarsi la scollatura. – Sono Erika e ho chiesto udienza per appellarmi alla Tua Infinita Grazia e Giustizia… -. La voce della ragazza diventò esile in quell’ambiente a tal punto vasto che i confini non si riuscivano a distinguere. Erika alzò di nuovo gli occhi su quelli del Signore e le lunghissime ciglia nere le solleticarono la pelle appena sotto le sopracciglia. Dio sembrò riflettere: non respirava, non emetteva alcun suono tipico della vita. Il Suo costato non si sollevava, non aveva vene sulle mani né altrove: Dio onnipotente era qualcosa di completamente neutro. Lisciandosi la minigonna blu sui fianchi, Erika pensò che quella… Cosa davanti a sé non recava nulla a immagine e somiglianza degli uomini della Terra.
- Erika… - sentenziò ancora Dio seguendo il protocollo -. Il tuo assassino brutale verrà giudicato a tempo debito. La tua innocenza non sarà violata e il ricordo della tua vita sarà serbata nella memoria dei superstiti con tutto l’amore necessario… – Così Dio salmodiò parole a Lui abituali e con quello credette d’aver finito il compito. Gli occhi Onnipotenti non si discostarono mai da quelli della creatura che lo fissava, nemmeno quando questa fece oscillare con un movimento del capo le due treccine bionde all’indiana che s’era acconciata.
- Dio… - riprese Erika. Io… Sono venuta a domandarTi umilmente di essere rimandata sulla Terra nuovamente in vita. Perché ritengo che il mio compito non sia terminato…
Fu allora che Dio azzardò un’impercettibile emozione: la Sua fronte tradì qualcosa di interrogativo che Erika riconobbe come autentica esternazione umana. La ragazza mosse un altro passo verso di Lui, piccolo ma decisissimo, e in quell’attimo Dio onnipotente abbassò lo sguardo incuriosito dal rumore ticchettante dei tacchi alti e scoprì dieci piccoli indiani spuntare nudi dalle scarpe e smaltati di vernice rossissima. Erika ne approfittò per salire sull’unico gradino su cui era adagiato il Trono. Dio trasalì aderendo con la schiena allo schienale ma senza emettere un fiato.
- Dio… Sono stata vilmente ammazzata da un extracomunitario clandestino di colore. Brutalizzata e gettata in un fosso a soli 19 anni e con una vita davanti. E… Dio… Sono qui, umilissimamente, per domandarti la Grazia. Rimandami sulla Terra ad esaurire il mio… Compito.
Il Signore avvertì un profumo di albicocca provenire dal lucidalabbra che Erika aveva azzardato prima d’entrare. Mai quelle narici nobilissime e giuste avevano saggiato fragranze così, nemmeno durante la Creazione, neanche il giorno in cui plasmò la donna stessa, Dio si risolse a concepire un simile trucco seduttivo e ingannevole: più della celeberrima mela, quell’odore d’albicocca posticcio incarnava l’essenza caduca degli uomini, l’abominio della razza umana, l’indole naturale al peccato assoluto. Dio trasalì innanzi al riassunto del Suo stesso fallimento ma contemporaneamente non poté fare a meno di inalare con curiosità quell’ardore fatto sostanza che si mischiava ad altri pigmenti, ad altre minuscole particelle d’essenza di cui nemmeno Egli riusciva a dare conto perché, fuori da ogni dubbio, non era stato Lui a inventarle.
- Dio… Signore… - Erika disse poggiando entrambe le mani sopra le ginocchia di Dio. – Dio, io… Avevo solo 19 anni quando sono stata… E non ho mai… Non ho mai fatto in tempo a… - Rimase quella “a” a mezza altezza, sospesa come un palloncino gommoso tra la bocca profumata di Erika e quella secca di Dio. Dio respirò l’aria che lo separava dalla creatura femminile e quella “a” vischiosa Gli si infilò nelle narici: era il suo alito, era l’odor di albicocca, era il profumo che s’era messa sul collo usando l’indice destro. Dio chiuse gli occhi per la prima volta in oltre 4mila anni e poi li riaprì di scatto. Erika sentì la tensione e sollevò immediatamente le mani dalle ginocchia del Creatore. - Dio… a tutti è concessa una seconda possibilità… E io sono qui… Sono qui, innanzi al tuo cospetto… Per… Chiederti questa seconda possibilità…
Le mani di Erika tornarono sulle ginocchia di Dio e abbassandosi così, per la seconda volta in pochi secondi, il Padreterno conobbe a Sue spese il significato profondo dell’enigma che c’è dietro ogni femmina dell’Universo. Gli occhi azzurrissimi di Dio Onnipotente si soffermarono per un secondo di troppo sulle due coppe rosa e morbide che si celavano dietro la stoffa sottile del top rosa di Erika. La ragazza s’accorse, avvezza a quel vezzo dei maschi, del peccato di Dio e i suoi occhi si fecero morbidi e pieni di complicità: - Padre… Tu ci hai create così… La donna è composta da tanti e tali elementi di bellezza visiva che non può esserci dubbio circa il fatto che sia stata inventata da un uomo… Tu sei un uomo, Dio…?
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Byzantium şhöw | 6 Commenti
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Nov
26
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[Intervista ad Alessandro Bonino, in arte eiochemipensavo, autore con Stefano Andreoli di “Sempre cara mi fu quest’ernia al colon. il libro dei Fincipit“]
Edo: Ciao Eio.
Eio: Ciao Teodoro.
Ed: Grazie per aver ricordato il mio vero nome. A proposito, Eio è il diminuitivo di Eioardo?
Ei: No, in realtà il nome doveva essere Dio, ma si sono sbagliati all’anagrafe.
Ed: Scusa, ma dovevo chiedertelo. E’ una vita che gli altri lo fanno con me. Non immagini che palle dover sempre mostrare la carta d’identità. E’ frustrante. Quindi Chemipensavo è il cognome sì o no? (certo che Dio Chemipensavo stona un po’)
Ei: Ormai, in rete, sono talmente abituato a farmi chiamar così che non fa molta differenza. Parmigianino, Pinturicchio, Botticelli, Vladimir Luxuria, Piperita Patty: molti grandi artisti sono passati alla Storia con il loro soprannome. Non mi dispiacerebbe fare altrettanto.
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Nov
23
I miei sogni ricorrenti si sono limitati a due immagini per molti anni.
Nella prima di queste visioni. Ci sono io seduto al centro di un tavolo rettangolare, a capotavola a sinistra c’è Luisa, mia moglie, dall’altra parte c’è sua madre Ornella, la vedova. Io sono di spalle, di fronte a me c’è un mobile basso con vetrina, e sulla parete oltre il mobile una foto del padre di Luisa e i segni di altre due cornici tolte da poco.
Nella seconda immagine. Lo stesso tavolo rettangolare, mia moglie e la vedova sedute come prima, c’è sempre il mobile vetrina stipato di ceramiche di Capodimonte e vetri di Murano. Io sono ancora di spalle. L’unica differenza è la parete completamente bianca: di un bianco brillante e asettico da gabinetto di analisi messo in risalto dalla mancanza di immagini appese, nemmeno quella del caro estinto capofamiglia.
In tutto questo tempo, ho vissuto la ripetitività di questi due sogni con una certa leggerezza, associando le due situazioni a momenti vaghi: i pranzi della domenica a casa di Luisa quando eravamo ancora fidanzati, cerimonie obbligatorie alle quali mi lasciavo sottomettere almeno una volta al mese.
Tennis. Da un lato la vedova, gioco paziente di palleggio di ricordi con suo marito: ragioniere fedele a lei e all’azienda per tutta una vita, non lunghissima. Dall’altro lato la figlia, gioco sottorete concentrato ad anticipare, smorzare e deviare ogni racconto che la coinvolgesse direttamente. Io sul trespolo ad arbitrare, destra e sinistra, destra e sinistra. Primo set, antipasto di affettati e formaggi con lampascioni e olive in padella. Secondo set, primo di pasta al forno e secondo di braciole. Tie break risolutivo, patate novelle di contorno insieme alle verdure crude in pinzimonio di aceto e olio buono del contadino.
Prima di realizzare i due sogni ricorrenti, il ricordo di quelle domeniche li ho collegati sempre al momento del caffè. In quel caso la sensazione di gonfiore e pesantezza di stomaco, accompagnata dal desiderio profondo di allentare la cintura e sbottonare i pantaloni per darmi un minimo di sollievo, sono ricordi reali e nitidi. Servire il caffè a tavola non sanciva il momento della fine del pasto. A Bari, non c’è pranzo della domenica al quale non si vuole dare un significato speciale senza che l’invitato si presenti ai suoi ospiti con una guantiera di paste. Con il tempo avevo ristretto l’assortimento dei dolci a quelli preferiti dalle due donne: al pasticcere chiedevo sempre tre cannuoli, tre sfogliatelle e tre sciù al cioccolato. Basta così.
Caffè, quindi, paste e amaro lucano: il mio incubo a occhi aperti era il ricordo di quella sequenza finale assassina. Poi, inevitabile, il senso di pentimento: una reminiscenza carica di suggestione al punto di provocarmi una specie di rigurgito da bicarbonato a ogni evocazione.
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Byzantium şhöw | Commenta
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Nov
22

“Sono cresciuto con una sola preoccupazione: procurarmi un’infinita quantità di tempo libero per assaporare fino in fondo il peso della mia nullità epocale.” (Rainer Maria Allegàti, Elegie di Fiumicino)
Figlio della figlia naturale di Rainer Maria Rilke e di un aspirante scrittore mitteleuropeo, Julius Allegàti, il piccolo Rainer nasce a Riga il 5 maggio del 1900. Dopo un’infanzia agitata (il padre, non riuscendo a pubblicare, sfoga la sua frustrazione su moglie e figlio), ad appena diciotto anni va via di casa incazzato come una Jena, dove si laurea brillantemente nel ‘23 con una tesi sul cannibalismo nei cicli di fiabe germaniche. Continua a leggere
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Cabernet byzantium | 11 Commenti
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