Feb
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Bysanzino | 4 Commenti
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Feb
29
Scrivere di Napoli e più in generale del sud significa misurasi con un immaginario sclerotizzato, contendere questo universo a un’estetica e a una retorica che hanno delle regole inesorabili. Il primo obiettivo di uno scrittore meridionale è quindi sempre quello di non impantanarsi nel troppo già detto. Per fortuna in questi ultimi anni sono state battute strade interessanti: da un lato si è insistito sulla peculiarità delle esperienze, dall’altro si è provato a disertare i luoghi comuni. Andrej Longo con la raccolta di racconti “Dieci” (Adelphi, pp. 144, euro 15) dimostra come sia possibile scrivere del sud tenendone conto e nello stesso tempo superandolo. I personaggi di questi racconti – dieci come i comandamenti - agiscono cercando di ritagliarsi una propria identità nel melmoso brodo di Napoli; è quindi innegabile che siano meridionali, eppure anche se ci parlano di Napoli si ricordano di essere italiani, restano vivi, estranei ai cliché. Sono criminali che non escono di casa se non hanno al collo una piastrina con il nome e il gruppo sanguigno; casalinghe impegnate a tirarsi fuori da una vita ripetitiva e piatta; ragazzini che fanno abbassare gli occhi a chiunque incroci il loro sguardo; giovani frequentatori di discoteche trendy, che preferiscono girare il venerdì quando c’è meno gente e possono rischiare di meno, una provocazione, una rissa; ragazzine in fuga da nuclei familiari malati; riluttanti promesse spose di boss a cui non si può dire di no; cantanti invischiati nei compromessi di una carriera impossibile; giovani in fuga verso il nord. Sono esponenti di un proletariato che nelle aspirazioni e nei percorsi si è fatto piccola borghesia, fotografati mentre provano a divincolarsi dalle loro esistenze dolorose, le uniche possibili nello scenario urbano in cui vivono. E nonostante facciano di tutto per sottrarsi alle loro vicende, essi ne sono puntualmente travolti. Un promesso sposo non amato, un lavoro che prosciuga l’equilibrio familiare, un vecchio pensionato che improvvisamente non abbassa lo sguardo diventano i responsabili del loro fallimento. Continua a leggere
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Leçtores förmidable, Andrej Longo | Commenta
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Feb
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Feb
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Feb
28
Sono venuto ad Elea, tempo fa, ma non ti ho trovato. Sarà che sei sepolto da qualche parte, qui intorno, da 2500 anni, sarà che forse non ho cercato bene, non so. Camminavo tra i ruderi e l’erba alta, sfioravo muri e colonne con la mano alla ricerca di un segno, un’iscrizione, un “Parmenide è stato qui” inciso nella malta rossastra dei mattoni resa friabile dai secoli, ma niente. Tutto era fermo, silente, dimenticato. Una parte di me, quella cinica, ha pensato che quelle cose erano state messe lì dopo di te dalle infaticabili formiche-soldato romane; l’altra invece si beava al pensiero che i tuoi sandali avessero davvero calpestato quel selciato o che la tua veste avesse sfregato contro il marmo lucido della colonna, appoggiato com’eri durante una disputa o per ripararti dal sole.
2500 anni sono un’eternità, Parmenide, una quantità di tempo che faccio perfino fatica a immaginare. Non riesco a riempirli col pensiero e li contraggo fino a renderli digeribili. A te, che ormai sei solo polvere e pensiero, non deve fare un grande effetto, avvinto come sei da sempre e per sempre a quell’essere che tutto penetra e circonda. Tutto è uno, uno è tutto. Ricordo di aver sentito chiudersi il cerchio e di essermi seduto su un muretto sbrecciato a guardare la costa appena sfiorata dal tramonto alle mie spalle. Probabilmente mi sono acceso una sigaretta. Continua a leggere
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Byzantium şhöw | 4 Commenti
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Feb
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Bysanzino | 2 Commenti
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