Mar
31
Quale può essere il pungolo più intimo che spinge alla scrittura letteraria? Anita Brookner col suo romanzo, “Guardatemi”, edito in Italia da Neri Pozza, ci fa capire che talvolta le ragioni dello scrivere si possono consumare in una vita narrata e non vissuta. Frances Hinton, la protagonista del libro, lavora nella biblioteca di un istituto di ricerche mediche. Il suo compito è catalogare le immagini delle malattie per come negli anni sono state fissate sulla pellicola fotografica. Uno strano catalogo di cui Fan si occupa con estrema diligenza, la stessa che applica alla sua vita appartata. Tra le tante immagini la protagonista si sofferma sulle raffigurazioni di una malattia particolare: la melanconia. Non è causale questa predilezione: Fanny stessa è l’immagine della melanconia, e lei soffre realmente, non come certe soggetti ritratti “vestiti per l’occasione (…) ansiosi di dare un volto nobile alla loro sofferenza”. Fanny non si limita a catalogare le immagini dell’archivio, sta scrivendo un romanzo che nasce proprio dall’osservazione continua e distaccata dei tipi che frequentano la biblioteca, un catalogo in carne e ossa. Il suo sguardo è sì melanconico, come le foto che presenta al lettore all’inizio del romanzo, ma privo di pathos, diciamo che affronta gli altri esseri umani come fenomeni naturali, o meglio come ideali personaggi per la sua scrittura. Continua a leggere
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Mar
28
Povero te morto due volte. Eri strano, un poco strano, erano le tre del pomeriggio, col tuo corpo docile e tremulo, attraversavi veloce tutta la città, correvi con i pochi chili addosso e un profilo da fanciullo magretto.
Non so se gliela faremo. Non gliela fecero, minuto dopo minuto respiravi sempre meno e poi ci fu un ultimo scrocchio. Crick, o una cosa del genere, e venne l’infermiera a spegnere tutto. Non è possibile, non si muore in tre ore, no? E poi non potevi morire, avevi sedicianni, ma erano le sette di sera, il sole ancora alto, era l’ora degli aperitivi, il sole bruciante ed eri morto davvero. Povero te morto due volte.
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Byzantium şhöw | 2 Commenti
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Mar
27
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Bysanzino | Commenta
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Mar
27
«Prima è l’acqua, poi lo schianto, poi il dolore. Poi è di nuovo acqua».
Era già una scrittrice («Affermata? No, non credo di esserlo nemmeno adesso»), Barbara Garlaschelli il giorno in cui scrisse queste parole. La sua storia, “Sirena”.
Pagina 113: «Avevo lasciato la mia casa reggendomi sulle gambe, ci tornavo spingendomi su una sedia a rotelle».
Ma attenzione: non è la storia di un calvario. Fa male, il libro, si sente sulla pelle il dolore di una quindicenne, leggendo(la). Ma è più palingenesi che altro. E’ un inno alla vita. Di più: una ribellione, affinché vita sia. Ed è soprattutto un libro d’amore. Noi e gli altri, gli altri e noi: un’unica entità, concreta, che significa forza perché genera forza.
Il buio di quei giorni, di una ragazza che, ricoverata, vede che il “suo cielo” è diventato il soffitto degli ospedali e delle sale operatorie, è comunque rischiarato da una presenza, tanto forte quanto discreta, dei suo genitori. Il dolore che diventa forte, affrontandolo insieme, scambiandosi uno sguardo, un abbraccio.
«I miei genitori sono le pagine su cui è stato scritto quel libro, anche se avrebbero volentieri fatto a meno. Sirena è un inno anche a loro».
Scrive noir, è tradotta all’estero, è, checché ne dica lei, autrice affermata, Barbara Garlaschelli. Ma è “Sirena” il suo libro. «Che ha una vita sua» dice lei. In realtà ne ha tre. La prima volta esce nel 2001: lo pubblica un piccolo editore coraggioso, Moby Dick. Tre anni dopo, siamo nel 2004, “Sirena” ricompare, per Salani Editore; 2007 la terza vita: stavolta è Tea.
«Sirena l’ho scritto che ero già una narratrice con una certa solidità alle spalle. Questo mi ha permesso di usare lo strumento della parola nel modo migliore, anche con il supporto del “mestiere”. E’ un libro che ho nella carne perché quella sono proprio io. La scrittura di Sirena, non solo la storia, mi rappresenta alla perfezione». Continua a leggere
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Leçtores förmidable | 5 Commenti
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Mar
26
Kafka sulla spiaggia è un’opera mondo che racconta due storie parallele: quella di un ragazzo di quindici anni, Kafka, troppo maturo per la sua età, che scappa dal padre e dalla sua profezia edipica, e quella di un ingenuo vecchio, Nakata, che parla di sé in terza persona. Entrambi partono da Tokyo per il sud del Giappone, il romanzo narra i loro viaggi.
Kafka sulla spiaggia è Murakami: il romanzo è scritto (e tradotto) benissimo, molti personaggi sono interessanti, la tecnica dei capitoli alternati è affascinante e le pagine iniziali sono eccellenti.
Eppure, e mi spiace dirlo perché ho amato quasi tutta l’opera dello scrittore giapponese, l’insieme non funziona. Sì, è vero: ci sono molte pagine di grande letteratura e le surreali conversazioni di Nakata sono deliziose. Ma sono comunque troppe le divagazioni, non sempre coinvolgenti e spesso troppo lunghe, le storie irrisolte, le lunghe conversazioni di filosofia spicciola. A volte, appare un fastidioso spirito da New Age de’ noantri che sembra venire dalla profezia di Celestino.
La lettura dà “l’impressione che Murakami stia scoprendo la storia insieme a noi, viaggiando sulle tracce di Kafka e Nakata” (dalla quarta di copertina). E’ vero, ma lo è un po’ troppo. E malgrado questo, e malgrado avvengano cose lontane dalla realtà, malgrado molto della storia sia su un piano onirico, il tutto è comunque quasi sempre prevedibile. Raramente, quando Murakami chiude un capitolo delle storie alternate di Kafka e Nakata, il lettore si chiede: che succederà al prossimo? Perché quasi sempre lo intuisce.
Molte, troppe cose, rimangono irrisolte, e non le cito per non rovinare la lettura a chi voglia intraprenderla. Non sempre l’ambiguità è genio. In questo libro, certamente no. Alcuni personaggi sono incomprensibili: la bellissima prostituta che fa sesso citando Hegel, ad esempio. Altri diventano didascalici fino a essere insopportabili: Oshima sembra sapere tutto e lo racconta.
In questo romanzo la grande abilità di Murakami di incorporare nella storia elementi fantastici o onirici con maestria, fare sembrare l’uomo pecora uno di noi, sembra perduta. Tuttavia, rimane forse un modo per apprezzare Kafka sulla spiaggia: aprire una pagina a caso e leggerla come fosse una poesia. Allora sì. Ma il plot distribuito sulle oltre cinquecento pagine, duecento certamente superflue, diventa rapidamente noioso.
Atteso per un lunghissimo tempo, Kakfa sulla spiaggia è il punto più basso di Murakami, una delle più grandi delusioni letterarie dell’anno.
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Leçtores förmidable, Haruki Murakami | 18 Commenti
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Mar
25
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Bysanzino | Commenta
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Mar
25
è come il mare visto da un benzinaio
non cambia nulla
i poeti hanno l’apparato visivo uguale
ai benzinai
solo che i poeti
hanno la pessima abitudine
di scrivere poesie
sul mare
sull’amore
sui gabbiani
e sul loro stato d’animo di poeti
magari sull’amore che provano per un gabbiano visto volare al mare
no?
sì.
poi i poeti
un’altra cosa che mi dà noia
è che difficilmente
se gli chiedi di controllarti l’olio
o le pasticche dei freni
sono capaci
tipicamente i poeti
s’incontrano
ai convegni di poeti
si leggono tra loro
solo poeti
alle volte ci sono le loro mamme
alle volte le loro fidanzate
entrambe vorrebbero essere altrove
tipicamente altrove
la noia si taglia con il coltello
quello affilato
terza serie perfetta
i poeti sanno delle cose spesso inutili
le cose utili spesso non le sanno
tipo che capitan harlok il pirata dello spazio
ci vedeva da tutti e due gli occhi
ma si metteva la benda
perché fa fico
poi ancora i poeti
si scusano
prima di leggerti una poesia si scusano
dicono scusate
m’innervosisce parecchio sta cosa che si scusano
oppure peggio
non si scusano
dovrebbero scusarsi per quello che ti stanno per fare
ma non si scusano mica
son tutti contenti
perché stanno leggendo a se stessi
mica a noialtri
è come se fossero chiusi nella loro stanzetta imbottita
non gli cambia nulla avere degli occhi e delle orecchie
davanti
dei nasi
i poeti servono, dice
io non lo so se servono
io so che mi serve la poesia
scriverla soprattutto
e leggerla quella dei morti
per passare indenne
questo sabato pomeriggio infame di gabbiani a benzina
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Byzantium şhöw | 9 Commenti
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