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Negli ultimi anni la questione mafia è precipitata nelle pagine di cronaca nera. Si è assistito a un calo dell’interesse verso le connessioni con la politica e l’economia, col risultato di appiattire l’identità di Cosa Nostra nei recinti dei suoi apparati militari. È stata sposata, anche per la mafia, quella recente tendenza dell’informazione a prestare la massima attenzione alla delinquenza individuale: l’omicidio di Tor di Quinto, le rapine nelle ville, l’infanticidio di Cogne, la strage di Erba come distrazione di massa. Film e fiction, dal canto loro, hanno recuperato quella visione folcloristica della mafia che prevede come contesto e spiegazione l’arretratezza, come consolazione l’epopea degli eroi dell’antimafia. Confinando il crimine organizzato dentro questi recinti - nei quali la ricotta di Provenzano e i decaloghi di Lo Piccolo diventano perfetti pendant, nei salotti televisivi, dei reperti di Cogne - si eludono le responsabilità delle classi dirigenti. Nicola Tranfaglia, invece, nel suo libro Perché la mafia ha vinto , edito da Utet (pp.170, euro 15), decide di seguire il filo grigio di queste responsabilità - attraverso tre epoche, quella liberale, quella fascista e quella repubblicana - per arrivare alla conclusione che, col favoreggiamento di interpretazioni localistiche e antropologiche, Cosa Nostra ha saputo adattarsi alle richieste della globalizzazione e dell’economia finanziaria. E su questo piano, ci avverte, la mafia è un metodo e un’istituzione: dopo aver analizzato la storia d’Italia, conclude che la connivenza non è affatto episodica e distratta, ma frutto di una sistematica coabitazione.
Già nei primi anni dello Stato unitario, nella precorritrice inchiesta sulle “Condizioni politiche e amministrative della Sicilia” realizzata da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, si legge che «mentre l’azione del Governo è efficacissima e pronta contro i disordini popolari, rimane miseramente impotente contro quelli i quali, come il brigantaggio e la mafia, si fondano sopra la classe abbiente o almeno sopra la parte dominante di essa». E i due studiosi si spingono molto più in là affermando che per quanto riguarda la mafia «si può quasi dire che è addirittura un’istituzione sociale». Queste risultanze si sono perse negli anni successivi, quando un giornalismo plagiato dalle classi dirigenti ha preferito insistere su sfumature pittoresche e sul carattere arretrato di Cosa Nostra. È ancora più vera questa conclusione se si pensa che prima del maxiprocesso di Palermo si negava addirittura l’esistenza stessa della mafia. Eppure, già agli albori dell’Italia unitaria, l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, influente politico e direttore del Banco di Sicilia, eseguito dalla mafia su commissione dell’onorevole Raffaele Palizzolo, avrebbe dovuto chiarire quale era il ruolo della criminalità organizzata nelle dinamiche interne alla classe dirigente italiana. Tuttavia, dopo l’inchiesta di Franchetti e Sonnino, le strategie di contrasto si riducono a una repressione, per la verità episodica, degli apparati militari.
Ma la mafia, come ci avverte Tranfaglia, è essenzialmente «una forma di funzionamento di una società o di una parte di essa», e ciò, al di là delle versioni ufficiali e delle declinazioni in ginocchio della pubblicistica, è ben chiaro alla politica
governativa del secondo dopoguerra, che allertata dagli Stati Uniti utilizza Cosa Nostra in funzione anticomunista (basti ricordare quella che probabilmente è stata la prima strage di Stato: l’eccidio di Portella della Ginestra). Due sono, quindi, le tappe iniziali: prima la nomina, da parte degli americani, di sindaci mafiosi; poi la scelta, da parte dei primi governi repubblicani, di prefetti e questori che hanno fatto carriera nel regime fascista, con la liquidazione da parte di De Gasperi di quelli nominati dai Comitati di Liberazione. E le cose non vanno meglio dopo. Il reiterato rifiuto dei governi centristi e della Democrazia Cristiana di una commissione d’inchiesta parlamentare sulla mafia diventa la cartina di tornasole della funzione che ormai Cosa Nostra riveste nell’equilibrio politico del primo quarantennio repubblicano: la commissione antimafia è contrastata non solo perché il Pci non deve governare (la strage di sindacalisti siciliani è un’evidente appendice di Portella della Ginestra), ma anche per la notevole capacità di mediazione sociale che esprime Cosa Nostra, specialmente nel procurare un forte bacino elettorale. Questa coabitazione è sfociata oggi in un sistema all’interno del quale imprese e politica si spartiscono affari, appalti e consenso con la mediazione della mafia. In questo quadro, ci fa intendere Tranfaglia, l’antimafia, dopo la reazione alle stragi del 92-93 e la cattura di importanti latitanti, è stata relegata negli ambienti ovattati dei convegni, e la mafia si sta trasformando in ethos, in metodo della politica e dell’economia, specialmente al sud, grazie all’intimo sodalizio che essa ha saputo operare con la borghesia criminale.
Articolo pubblicato su Liberazione del 29 aprile 2008
2 Commenti »
Non ci piacciono gli anonimi, come non ci piacciono le e-mail fasulle. Sebbene a volte siate capaci di grande creatività, evitate commenti a nome di Tizio, Friz, Marz con mail tipo tizio@tizio.it, no-mail@antani.it, grevio@budrillo.uk.co.tar.zap. Non gradiamo, grazie.
infatti non tutti sanno, per esempio, che la Franzoni è la cugina della moglie di Prodi…
almeno si dice…