Di Pietro deposita il quesito referendario: «Noi siamo qui perché occorre sapere se Berlusconi è un mascalzone o una persona perbene. Occorre saperlo prima, non dopo che ha governato». Antò, e c’è bisogno d’un referendum? Telefonami, che te lo dico io.

1. Se scrivi a lapis, ricordati di appuntarlo: sennò ti verrà da scrivere grosso, ed è brutto. Lo so che a forza di appuntarlo il lapis si accorcia, ma è la vita. Se scrivi a penna, cerca di scrivere con una penna blu se ti piace il blu, e con una penna nera se ti piace il nero: coerenza. Se non sei sicuro di scrivere bello, comprati una penna di quelle cancellabili, che io ce le avevo alle elementari: mio cognato ci fa i cruciverba, ma va bene anche per scrivere cose che non siano cruciverba (tipo i romanzi, o i sudoku).

2. Se scrivi al computer, ricordati di accenderlo: consuma un po’ di più, ma ne vale la pena.

3. Se scrivi a macchina, ricordati che le macchine, per quanto intelligenti, non potranno mai superare il cervello umano (a meno che il cervello non sia quello di Valeria Marini, che già anni fa è stato superato da un Ciao con la marmitta Polini) (un Ciao fermo). Questo se scrivi a macchina. Se invece scrivi in macchina, ricordati di allacciare la cintura. Se poi scrivi sulla macchina, tieni presente che “lavami” è una cosa ormai inflazionata e che poi ti diventa tutto il dito sporco. Anche scrivere “cornuto” sulla carrozzeria col cacciavite non è il massimo dell’originalità: già molti scrittori lo hanno fatto, tra i quali mio cognato.

4. Quando ci si firma, prima il nome e poi il cognome.

5. Non premere troppo, sennò fai come il mio amico Mirko, che quando si andava alla medie non è che si fosse bravissimi in matematica, e allora si andava a ripetizione da una maestra in pensione, e lui, che con la penna non aveva molta confidenza e aveva un braccio grosso come due delle mie cosce, una volta (con la lingua di fuori per lo sforzo intellettuale) pigiò talmente tanto sul foglio che incise sul tavolo della vecchia un bella equazione di primo grado tutta a bassorilievo. Adesso Mirko è uno stimato ebanista.

6. Ricordati: è abcdefghilmnopqrstuvz; non tgubdfseizlnohmvcpraq. No, te lo dico perché io mi confondo sempre. Sì, vabbè, poi ci sono delle lettere strane tipo JYWX, ma sono lettere extracomunitarie che a noi indoeuropei non interessano.

7. L’ambientazione è importante, forse.

8. Scrivi sempre pensando che qualcuno ti leggerà. Quindi, se non vuoi andare in galera, evita di scrivere quanto ti piacerebbe farti la figlia quindicenne del vigile urbano che sta al piano di sopra. Pensalo e basta. O, se proprio devi scriverlo, poi non metterle il foglietto sul motorino. O almeno non ti firmare, testa di cazzo.

9. Anche i numeri sono importanti, come le lettere, e vanno scritti bene. Pochi cazzi, scrivi bene i numeri, perché poi quelli che frequentano i cessi degli autogrill li leggono male e le telefonate, invece di arrivare alla tua ex, chissà a chi vanno.

10. Scrivi quello che ti va di scrivere. Non fare come me, che siccome mi dispiace lasciare il blog fermo, sono costretto a scrivere immonde cazzate tipo questa. Scrivi dove ti pare, ma non scrivere mai su un blog: non è sano.

Sauro Sandroni ha iniziato a scrivere alle elementari. All’asilo no, all’asilo faceva dei bei disegni con le case, il cielo, il sole e gli alberi ed era tanto felice. E’ stato docente di scrittura creativa presso il “Centro Zoolander per bambini che non sanno leggere e scrivere bene” di New York. Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo un lungo promemoria prima di partire per il campeggio con su scritto

tenda ok
attacco per la luce ok
autan (è finito!!!)
materrassino + apposita pompa ok
prolunga (non l’ho trovata)
caricabatterie cellulari
moglie
lampada a gas (comprare ricarica)

e una lista di nomi di quando allenava i pulcini del Capannoli dove (in questa lista) c’erano scritti dei nomi a fianco dei quali erano riportati dei severi giudizi tecnici tipo “ambidestro”, “forte di testa” o “grandissimo figlio di puttana”.

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non ho dormito niente: spengo la sveglia e rimango acciambellata nel notturno fagotto. al lavoro non ci vado. non posso: troppo stress. alzarsi. in queste condizioni. oggi piove. oltretutto. e nessuno mi versa i contributi. avrò pure diritto ad un giorno di relax, giusto? e poi. mica è un lavoro di un certo prestigio. mica posso io.

posso. certo che posso. vai, alzati. sono solo quattro ore. per le tre sei a casa. scaldapanche. inutile. mollacciona. che rottura di palle: il superio. il senso di colpa. il retaggio cattolico. correttezza disciplina senso di responsabilità. maledetti maledetti. son più forti loro.

adesso sono in bagno, davanti allo specchio. son lì pronta a curare i segni dell’insonnia a suon di fondotinta e copriocchiaie ma qualcosa interrompe la quotidiana toilettatura: cazzo, sono orribile. le zampe di gallina. la pelle porosa. quella ruga verticale in mezzo alla fronte, sono io? sono io quella? no, col cazzo che ci vado al lavoro. colorito spento opaco ed un sorriso di prova tristissimo. no. no, no. son troppo mostra. torno a letto.

fanculo il superio e tutti quanti. sono pur sempre un’italiana all’estero. l’immaginario collettivo ellenico esige che io risponda a standard estetici di un certo livello. per cui. mi metto una bistecca su gli occhi e torno a letto.

Stavo per scrivere una recensione conclusiva sul VII Congresso di Rifondazione Comunista, ma non mi è venuto in mente niente. Niente di niente di niente. Come sarebbe a dire “niente”? Hai presente niente? Niente.

Il problema è che mi fido sempre di quello che dicono. Amici produttori, gente di cinema. Per loro non è affatto vero che il cinema italiano è in crisi. Voce fuori campo. Abbiamo registi che sono tra i migliori del mondo. Abbiamo grandissimi attori. Abbiamo sceneggiatori che tutti ci invidiano. Abbiamo questo. Abbiamo quello. Stacco. Faccio notare che in America l’industria della fiction televisiva ha superato in creatività quella del cinema tradizionale toccando vette per noi irraggiungibili. Parlo di Lost, di 24, di Heroes, tanto per fare i primi esempi che mi vengono in mente. Stacco. Primo piano. Parlo di CSI. Controcampo. Quelli scuotono la testa con sufficienza. Voci fuori campo. Ma checcazzo dici, anche noi abbiamo polizieschi di alta qualità come La Nuova Squadra. Ma dai. Dissolvenza. Una di quelle fiction italiane che non ho mai voluto vedere per paura di incazzarmi. Stacco. Voce fuori campo. Tu vedila, poi ci saprai dire. Stacco. Sono rimasto a casa per ben due serate. Due, non una. La prima e la seconda. Zoom in avanti. Primo piano. E mi sono incazzato. Stacco. Lo stile registico vorrebbe essere quello di New York Police Department, che risale al lontano 1993. Ma poi ho capito. C’è un motivo. Il montaggio aiuta a nascondere le defaillance dell’insieme. Gli stili di recitazione sono troppo diversi fra loro. Perché nella Squadra c’è gente che viene dal teatro, gente che viene dal cinema, gente che viene dalla fiction televisiva e gente che viene dal Grande Fratello. Un montaggio frammentato permette di gestire meglio la situazione. Stacco. Campo lungo per non mettere in difficoltà il vice questore. È evidente che Lisa Galantini viene dal teatro e non è ancora allenata a sostenere la macchina da presa che ti alita sul collo. Stacco. Si alterna con primi piani di colleghi più consumati, come Tony Sperandio, che reggono la baracca. Stacco. Anche Taricone regge. Stacco. C’è il primo interrogatorio. E qui, il colpo di scena: entra il vice questore sorridente, quasi materna con il giovane arrestato. Lo blandisce, lo fa sentire al sicuro. Si confida con lui. E lui si apre. Improvvisamente, a freddo, lei gli rifila il colpo di grazia e lo smaschera. Ma è The Closer! Però la Galantini non è Kyra Sedgwick e con una squadra di quindici sceneggiatori, non è possibile che ci si riduca a copiare in questo modo. Ormai è assodato: la nostra fiction è senza idee e recitata male. Flashback. Per anni ho conservato l’abitudine di assistere al saggio finale dell’Accademia di Arte Drammatica, nella speranza di veder nascere qualche speranza. Invano. Ancora oggi continuano a sfornare generazioni di attori difettati che ci metteranno poi una vita a levarsi di dosso quella maledetta impostazione. Molti di loro finiscono nel teatro italiano, dove sembra che si debba per forza recitare così. Altri finiscono nella televisione italiana dove si continua a recitare così. Stacco. Ma insomma, esistono in Italia attori che sappiano recitare come cristo comanda? Certo che esistono, ma non si vedono. Sono i doppiatori. Stacco. Primo piano di una mano che spegne il televisore. Voce fuori campo. Cara Squadra, non mi avrai mai più. La prossima volta esco. Dissolvenza. Fine.

Ho saputo dei papabanner e sto cercando di capire se dalla macchina del tempo si può disattivare la “modalità medioevo”. Solidarietà al Burbero.

C’è stato un periodo, quando ero piccolo, che andavo alla messa. Durò poco, due o tre mesi, ma ricordo che ci avevo preso gusto ed ero anche diventato cintura nera di chierichetto. Mi piaceva l’odore d’incenso, mi piacevano il silenzio e la spiritualità della chiesa, mi piaceva più che altro il fatto che se andavi a servire messa durante un funerale (e solo per quello), poi il prete ti allungava mille lire. Un giorno, con un millino duramente guadagnato dopo aver sotterrato l’ennesima vecchia baciapile caduta nell’adempimento del dovere (un infarto durante una gara di rosario ad oltranza), presi a frequentare il circolo Arci per giocare ai videogames e comprarmi un meritato variegato all’amarena, e per la Chiesa fu la fine. Scoprii l’antica arte della bestemmia, e feci la mia scelta senza molti rimpianti.

Fu in quel breve periodo di pia devozione, comunque, che scoprii una pubblicazione a fumetti che vendevano solo in chiesa: “Il Giornalino“. E che fumetti! Cito a caso tra quelli che ricordo così, al volo: Larry Yuma, Cocco Bill, Braccio di Ferro (l’edizione originale americana), Piccolo Dente, Rosco & Sonny. E poi, soprattutto, il Commissario Spada.
Il Commissario Spada era un fumetto diecimila anni avanti, sia per le soluzioni grafiche, ancora oggi di un’attualità impressionante, sia per i temi trattati e il modo di trattarli. Erano gli anni ‘70, e l’Italia era sconvolta da tensioni sociali, terrorismi rossi e neri, stragi, il dilagare delle droghe pesanti; ebbene, questi temi c’erano tutti. Ora, si potrebbe pensare che in questo non ci dovrebbe essere niente di strano e che i temi “del giorno” dovrebbero essere al centro di ogni storia poliziesca che si rispetti. E’ vero, ma vorrei anche ricordare che si trattava di storie pubblicate sul giornalino delle Edizioni Paoline, non su una rivista di sociologia, e quindi la cosa era tutt’altro che scontata. La contestazione, lo scontro generazionale, il fronteggiarsi delle istanze di rinnovamento e di quelle della conservazione erano lì, illustrate per quello che erano e con tutti gli attori in campo, sia da una parte che dall’altra. E senza che il fumetto parteggiasse (troppo) apertamente di qui o di là. Certo, il commissario Spada non era un fricchettone che fumava joint dalla mattina alla sera: aveva le sue convinzioni da sbirro sulla politica e su come la società avrebbe dovuto andare, ma non era tipo da possedere LA verità. La verità, nei fumetti che portano il suo nome, era traballante, insicura, e quando c’era era condivisa tra diversi punti di vista. Se vi sembra che la Chiesa di oggi sia in vena di condividere verità, ecco, avvertitemi quando vi svegliate, così vi faccio trovare la colazione pronta.

Ora, non che “Il Giornalino” fosse il catechismo della Chiesa Cattolica, chiaramente; era un volumetto a fumetti che non impegnava nessuno, tantomeno le gerarchie vaticane. Però è comunque un segno, un segno di come la cultura, anche quella di chiesa, negli anni ‘70 avrebbe potuto prendere una certa direzione, direzione che poi non ha mai preso e che ha anzi abbandonato con una clamorosa inversione a U. Ma forse, eh? Perché questa è solo una mia teoria, strampalata come quella volta che mi intestardii che volevo mettere insieme i pezzi di cadaveri e resuscitare i morti e per questo mi cacciarono dall’Accademia  Mondiale delle Scienze Intergalatiche e allora io mi rifugiai in un castello insieme al mio fido servitore gobbo di nome Igor dove ridiedi vita a un collage di salme che poi andò a morire al Polo Nord. Ma torniamo al Commissario Spada, che forse è meglio.

Questo volume si intitola “Gli anni di piombo” e da un certo punto di vista è un po’ una fregatura, nel senso che di storie che trattino veramene di terrorismo ce n’è una su cinque. Gli altri episodi hanno vaghi agganci con la contestazione di quegli anni (specie il primo, con la rappresentazione di una comune di figli dei fiori, e quello con il personaggio di “Geronimo” come antagonista), ma sono piuttosto generici e trattano più che altro di criminalità spicciola. Si tratta comunque di belle storie, ancora vive e disegnate benissimo da De Luca, davvero un grande dell’illustrazione. Se siete appassionati di fumetto (ma anche se non lo siete, va’), questo volume non me lo farei scappare: per tutte le cose che ho detto sopra, certo, ma anche per il fatto che, nonostante abbia 400 pagine e un formato enorme (cosa apprezzabile per opere di grafica), costa solo 13 euro, più o meno quanto un tascabile. Poi vabbè, se non siete appassionati di fumetto e siete pure tra quelli che lo considerano un’arte minore, peggio per voi.