copertina
Ci sono fatti, episodi, tasselli che nemmeno i più grandi giornalisti d’inchiesta riescono a mettere al loro posto. Puoi immaginare, pensare, presupporre. Con un romanzo puoi provare però a dare la tua visione delle cose, offrire una soluzione che non sia una e una sola. E allora puoi scrivere un “romanzo-inchiesta” (che di per sè sembrerebbe un ossimoro) e intitolarlo “La società del sapere”. Se poi l’autore si chiama Ferruccio Pinotti ecco perché la curiosità per questo volume è tanta. Pinotti, riconosciuto come uno tra i migliori cronisti d’inchiesta in Europa, ha trattato fino ad adesso temi scottanti e delicati, come la massoneria,“Fratelli d’Italia”, e la pedofilia, “Olocausto bianco”, prima di approdare ad un genere come quello del romanzo. Per la prima volta si cimenta con il probabile, con il verosimile. Scrive Pinotti: «Certe storie sono difficili da raccontare. Sono storie inquietanti, che dovrebbero essere scavate attraverso un’inchiesta, con gli strumenti dell’indagine giornalistica più approfondita. Ma sono così complesse che ti scivolano tra le dita. Anche se cerchi di afferrarle, si negano all’analisi razionale. Si rifiutano di essere inquadrate e catalogate dagli strumenti giudiziari. Ma proprio perché sono nascoste, seppellite in un angolo della memoria collettiva, queste storie devono essere raccontate. Bisogna farlo per una ragione di impegno civile, perché certi eventi sono simbolo, metafora di qualcosa di più ampio». E dai fatti, una serie di inspiegabili suicidi seriali di dottorandi modello in una delle migliori università d’Europa in Italia, sulle colline di Fiesole, Pinotti, manda avanti un giovane professore di Harvard di origini italiane ad indagare su questi fatti, tramite una consulenza richiesta da una Procura italiana al luminare per capire se ci fosse una regia occulta dietro a questa strage in continua progressione. Già dai primi capitoli si entra in un vortice di eventi, di immagini che Pinotti dipinge in maniera eccellente grazie alla sua esperienza con le “cose vere”. Giorno dopo giorno il professor Fabrizio Corsini scoprirà, tra le colline toscane, una scuola di alti studi piena di misteri, che si pone come obiettivo quello di formare l’elite tecnico scientifica europea a qualunque costo e senza sconti, abbandonando per strada chi non ha la stoffa e conducendolo in un tunnel in cui il suicidio è l’estrema forma di ribellione. Con l’abilità di un regista, Pinotti raccoglie indizi, testimonianze e scopre in prima persona gli orrendi segreti che si nascondono non solo dietro la morte dei giovani, ma in tutto quel sistema d’elite marcio e disumano che conduce al baratro. Pian piano, durante il suo “corso – copertura” il professore riuscirà a penetrare quei segreti stringendo rapporti con alcuni studenti, e riuscendo, alla fine, a dare una risposta alla magistratura ma soprattutto a se stesso, al suo passato, segnato dal suicidio del suo migliore amico, vittima a sua volta di un carnefice involontario. Il ritratto di queste “società del sapere”, pensate come vere e proprie catene di montaggio omologanti, è spietato. Dopo aver terminato il libro si rimane turbati, senza punti di orientamento. Rimangono impresse le scene di perversione, di sodomia e di sangue che costellano la “Scuola di alti studi europei”. Forse l’angoscia è figlia della consapevolezza che raramente, nelle altre sue inchieste, Pinotti ha preso abbagli. Speriamo solo che non sia l’ultimo romanzo del giornalista veronese, perchè visto l’esito qualitativo de “La società del sapere” sarebbe un vero peccato.

YouDem

[Su Cabaret Bisanzio, il palinsesto di YouDem.tv, la TV del Partito Democratico].

ore 6.00 - Uovo mattina: iniezioni di buonismo veltroniano.

ore 10.00 - Inno del PD con immagini di persone felici che si abbracciano.

ore 10.10 - Opposizione costruttiva. Trasmissione di confronto sereno e pacato con il Governo. Conduce Il Principale Rappresentante Dello Schieramento A Noi Avverso.

ore 12.30 - Quiz stupidi per riconquistare la simpatie della casalinghe italiane. Conduce Rocco Siffredi Giancarlo Magalli.

ore 14.30 - Cinema mon amour. 2001 Odissea nello Spazio Vacanze di Natale 90.

ore 17.00 - Il capitalismo è di sinistra. Noi no. Parliamone. Con chi? Fate voi. L’importante è che non spaventiamo il ceto medio. Conduce Alessandra Mussolini.

ore 18.00 - Cilicio, aborto, eutanasia: un gran casino dal quale non caveremo le gambe. Conduce Paola Binetti. All’interno, il sondaggio: ha ragione il Santo Padre oppure chi non è credente si deve attaccare al cazzo? Via al televoto.

ore 19.00 - Inno del PD con immagini di persone felici che si abbracciano.

ore 19.10 - Vita da ricchi. Nella puntata di oggi, D’Alema e il suo Ikarus.

ore 20.00 - L’importanza del dialogo, conduce Ilary Blasi.

ore 21.30 - TG Democratico. Buone notizie piene di famigliole felici.

ore 22.00 - Mi fido di te. Propaganda Programma musicale a cura di Jovanotti.

ore 22.30 - Il karaoke dell’ottimismo. Conduce sempre Jovanotti - Nino D’angelo era impegnato.

ore 00.00 - Inno del PD con immagini di persone felici che si abbracciano.

ore 00.10 - Battaglia di maghi. David Copperfield (spostamento del Colosseo a Milano) vs. Francesco Rutelli (perdita della poltrona di sindaco di Roma contro Alemanno).

ore 01.00 - I vostri video. Serie di corti pescati dal canale on line di YouDem.

ore 01.00.05 - Inno del PD con immagini di persone felici che si abbracciano.

ore 2.00 - Spazio Radicali.

ore 2.00.01 - Fine delle trasmissioni.

Schifani commemora il procuratore Costa ucciso dalla mafia il 6 agosto 1980. Schifani commemora il giudice Chinnici ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983.  Schifani commemora il commissario Cassarà ucciso dalla mafia il 6 agosto 1985. Ma Schifani in quegli anni, esattamente, che faceva?

L’ottava vibrazione” è un libro che molti stavano aspettando da un bel po’ di anni. Tra questi molti, anch’io. La nuova opera narrativa di Carlo Lucarelli si era caricata di grandi aspettative: l’ultimo suo romanzo era uscito nel lontano 2000, e in più L’Ottava vibrazione era vista come la prima volta in cui Lucarelli si sarebbe cimentato con un romanzo non di genere. Non che lo scrivente abbia qualcosa contro i romanzi di genere, anzi, ma la curiosità di vedere come Carlone, che con la penna una certa confidenza ce l’ha, avrebbe affrontato l’uscita dal noir, un po’ ce l’avevo. Vogliamo dire che sono rimasto deluso? Lo vogliamo dire? Diciamocelo.

Questo, come ampiamente annunciato, non è un romanzo noir. E questo, di suo, non è nè un bene nè un male: è un semplice dato di fatto. Si tratta di un romanzo storico, ambientato ad Adua nel 1896, quando, in qualità di italiani portatori di superiore civiltà presso i popoli beduini & selvaggi che ci aspettavano come semidei, eravamo impegnati a fare alcune virili figure di merda in Etiopia. Il pressapochismo, il menefreghismo e il dilettantismo che da sempre contraddistinguono gran parte della nostra classe dirigente (e che nel lirbo sono giustamente presenti) si fecero notare anche nelle nostre imprese coloniali, avventure che avevamo cominciato fuori tempo massimo (quel treno lì era già passato). Senza contare, poi, che il colonialismo è pura e semplice merda, ma questo è un altro discorso. Lucarelli ha dovuto studiare parecchio per un’ambientazione così lontana nel tempo e nello spazio, e questo si vede. Si vede perché sembra preso da una sorta di ansia da descrizione, un’ansia che lo spinge a fornire al lettore molti, moltissimi particolari sui modi, le mode, la gente e l’aspetto dell’Etiopia colonizzata dagli italiani. Intendiamoci, in un romanzo storico questa è la prassi, ed è pure legittimo che uno che si è fatto il mazzo a studiare poi ti voglia ritrasmettere le nozioni che ha appreso. Anzi la cosa è quasi un dovere nei confronti del lettore. Ho avuto l’impressione, però, che Lucarelli abbia un po’ esagerato, concentrandosi molto sul “dove” e il “come”, ma tralasciando invece il “chi” e il “perché”. In pratica, l’ambientazione domina incontrastata sulla trama, che è poca. Sì, perché la grande pecca di questo romanzo, secondo me, è la pochezza dell’intreccio. Si tratta di tante microstorie, tanti personaggi che si muovono senza che nessuno di essi prenda davvero le redini della vicenda: le loro storie si sfiorano, ma ognuna va per conto suo e, soprattutto, ognuna è poca cosa. Storie troppo semplici, diafane, poco incisive. Il ritmo con cui le loro vicende si susseguono tra le pagine sembra che risenta del clima africano: lento, accaldato e sudaticcio, non c’è mai l’accelerazione che ti spinge a girare pagina per vedere cosa ci sia dopo. Per uno come Lucarelli, che il ritmo della narrazione ce l’ha sempre avuto, mi è sembrata una cosa strana.

Un esempio dell’ansia da descrizione è riscontrabile nell’ossessione per i dialetti. Quanti dialetti ci sarano in Italia? Un fottio. Ebbene, qui ci sono quasi tutti, perché i soldati vengono da tutto lo Stivale, e per ognuno di essi Lucarelli indugia nella descrizione delle voci, nei tanti modi di mettere le labbra e/o la lingua, nella varietà e nella differenza dei suoni. L’intento è chiaro ed è pure lodevole: rendere l’eterogeneità linguistica (e quindi anche culturale) delle truppe italiane in Etiopia, e anche quella delle popolazioni autoctone africane. Ma se la cosa può funzionare bene in un film (prendiamo “La grande guerra”, o simili), risulta invece pesante in un romanzo, dove non c’è l’immediatezza del suono. Si tratta di un gioco intellettuale al quale Lucarelli chiama il lettore, una sorta di “riconosci il dialetto” che a me è risultato un poco artificioso. Senza contare che anche Lucarelli, come qualunque altro scrittore al mondo che non sia pisano o fiorentino, è convinto che un pisano parli come un fiorentino (si veda, ad esempio, pag. 155, nella quale un sergente pisano pensa “su ‘i ccapo“, proprio come se fosse un fiorentino. Ebbene, voglio approfittare di questo spazio che gentilmente mi auto-offro per rendere noto a tutti che uno di Pisa non parla come uno di Firenze. Uno di Pisa non direbbe mai “su ‘i ccapo“, ma “sur capo“. Anzi, forse direbbe addirittura “sulla chiorba” o “sul ceppione“. Ma “su ‘i ccapo“, comunque, mai. Ecco, ci tenevo.

Quanto al resto, lo stile è quello pienamente lucarelliano. Sembra di sentirlo condurre una puntata di Blu Notte, con le frasi ripetute, la tendenza a descrivere i tic comportamentali dei personaggi, una certa inclinazione alla paratassi (usata con maestria). In questo non c’è niente di male, anzi: si chiama stile, appunto, e insieme ad altre cose differenzia un autore da un altro. Qui questo stile c’è. Io apprezzo cose un pochino più secche e asettiche, ma questi sono cazzi miei. Voi fatevi i vostri, e camperete cent’anni.

Una cosa particolare, credo una sorta di esperimento, è l’uso del tempo narrativo: presente e passato si alternano di continuo, anche all’interno di uno stesso capitolo. Non so che effetto cercasse, Lucarelli, ma a me non ne ha fatto nessuno in particolare. Diciamo che forse si poteva evitare, ma anche no. Nulla di sconvolgente.

“L’ottava vibrazione”, alla fine, è un romanzo onesto, al quale non manca nulla, scritto dopo anni di studi che all’autore devono essere costati non poco. I personaggi ci sono, la trama pure, l’ambientazione non ne parliamo. Però… però da uno come Lucarelli mi sarei aspettato di più. Una cosa fatta secondo il suo stile, certo, secondo il suo modo di scrivere romanzi, è chiaro, ma “di più”. Ha dimostrato di avere grandissime capacità da artigiano della penna (e così dicendo voglio fargli un bel complimento, si badi bene), e quindi rimango fiducioso. Sarà per la prossima volta.