Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Zibaldone > L’avanguardia non un rifugio

L’avanguardia non un rifugio

di Edo Grandinetti

“Il mercato alle aste di questi ultimi tre giorni ha visto un significativo cambiamento di umore – commenta Anders Petterson di Art Tactic – con un valore totale al di sotto delle aspettative e con lotti che sono stati offerti con sconti sostanziali rispetto alla stima o che non hanno ricevuto neanche una offerta. Il numero di lotti invenduti aumentato notevolmente, il che vuol dire che c’ definitivamente una correzione del valore nel mercato al momento”. ArtEconomy24

Sebbene l’arte in periodi di recessione economica venga considerata un bene rifugio, anche questo settore di mercato pare avviarsi verso la crisi. Certo, si tratta sempre di cifre difficili da immaginare per chi vive con appeso in casa un calendario di ventuno giorni, ma le difficolt di Christie’s e Sotheby’s da un lato ci segnalano che anche lass dove ci si sciacqua i denti con il Crystal si inizia ad arrancare e si dovr rinunciare a qualche lusso qua e l, e da un altro l’ennesimo segnale che in questa cazzo di crisi sembrano essersi persi anche i pi classici tra gli investimenti sicuri.

Io per non sono cos sicuro che la flessione attuale stia colpendo l’arte in qualit di “bene rifugio”. Tutt’altro.
Perch ci sia un bene rifugio infatti necessario che innanzitutto ci sia un “bene” , cio un oggetto. E questo non un dato scontato. Se l’arte “contemporanea”, o meglio “d’avanguardia”, spesso incompresa al limite dell’odio, proprio perch ha abbandonato gli appigli classici dell’oggetto quadro/scultura. A partire dal solito ’68, l’arte ha avviato una discussione talmente profonda dell’opera d’arte da mettere in discussione la sua stessa materialit. Estremizzando l’idea duchampiana dell’arte come gesto, gli artisti cresciuti tra gli anni ’60 e ’70 hanno abbattuto ogni frontiera tecnica per spingere l’arte verso territori di assoluta immaterialit, aprendo la strada a un’arte spesso effimera e transitoria, per gettarsi in quel misterioso abisso che la parola “transeunte“. Performance, happening, body art: tutta questa robaccia ha negato radicalmente che l’opera d’arte dovesse necessariamente generare oggetti da preservare e musealizzare, bla bla bla. Ogni scoreggia1 poteva diventare arte, purch sia l’artista a deciderlo, etc etc etc.
Ma a lungo andare bisogna prima o poi fare i conti con un atteggiamento del genere, soprattutto se si vuole campare. L’arte s cultura, ma anche mercato. Qualcosa di vendibile dovr pur esserci.

Mettiamo caso che abbia dei soldi da investire in questo momento di difficolt e decida di farlo in campo artistico, se vado a una mostra e mi trovo davanti un gallerista appeso con lo scotch a una parete, in cosa cazzo mi rifugio? Non posso certo portarmi il gallerista a casa con tutta la parete. Allora vorr dire che andr in un’altra galleria e comprer un buon vecchio Fontana che, sebbene lo possa fare anche un sarto, almeno un quadro e di piccole dimensioni. Finch le cose vanno bene, anche un circuito cos “smaterializzato” trova sostentamento in mecenati illuminati e facoltosi. Ma appena arriva una crisi, zac!, crolla tutto, e ci si trova assorbiditi in vortici reazionari.

Negli anni ’30 arriv il surrealismo a mettere ordine al caos dadaista.
Negli anni ’80, con la recessione americana alle porte, le spinte rivoluzionare del decennio precedente furono costrette a cedere il posto alla pittura.
Il tutto risponde a un’esigenza di sicurezza, culturale ed economica. Ci vuole un oggetto, qualcosa di fisico, materiale, magari anche piccolo, cos da poterlo conservare al sicuro.
Hai voglia a dire che I quadri devono avere il prezzo giusto e questo corrisponde alla qualit dellopera. Non allaria fritta. Finalmente i veri valori saranno fatti dai veri collezionisti e non da improvvisati speculatori2. E’ pi una questione materiale, nel senso pi basso del termine, che qualitativa.

Si apre una strada per un’arte pi “aderente con la realt”. Che significa mettere al bando le speculazioni sui prezzi – con Damien Hirst che, nonostante la caciara dell’ultimo periodo, rimane con una Farmacia invenduta – ma anche favorire opere pi “classiche”.
Non a caso, al momento ne pagano le conseguenze le opere di grosse dimensioni, perch pi adatte ai musei che al collezionismo3 – e quindi difficili da piazzare in musei pubblici, i primi a subire danni dalla crisi finanziaria.

Altra conseguenza del nuovo scenario del mercato artistico che i pi danneggiati sono i giovani. Primo perch sono un investimento meno sicuro. Secondo, perch, cresciuti in aria d’avanguardia perenne, hanno fatto spesso dell’innovazione artistica una missione, rinunciando volentieri a pratiche pi consuete.
E’ finita la pacchia. Ora tocca riprendere tela e pennello.

Per forse c’ ancora un minimo spazio d’azione per chi non vuole abbandonare la strada radicale delle avanguardie.

Gianni Motti per il vernissage della Biennale di Praga del 2003 organizz un blitz. Quattro soldati con fucile spianato piazzati a trenta metri d’altezza minacciavano i visitatori della Galleria Nazionale.
Ecco, questa pu essere una buona exit strategy. Invece di darsi all’arte come bene rifugio, darsi al rifugio rifugio. Un bene rifugio che fa da rifugio ai beni. La crisi infatti creer generazioni di popoli incarogniti che prenderanno d’assalto le ville di manager arricchiti alle loro spalle.
Per chi spende in arte, i beni rifugio a rifugio dei beni rappresentano un investimento di sicurezza. In tutti i sensi.

  1. A volte anche letteralmente. [torna su]
  2. Arte Italiana contro la bufera finanziaria? da ArsLife. [torna su]
  3. La crisi tocca le aste ma salva Fontana, la Repubblica 27 ottobre 2008, p. 34 [torna su]

29.10.2008 3 Commenti Feed Stampa