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Gli ultimi occhi di mia madre

di Francesca Mazzucato

PatelliE’ un libro feroce e doloroso questo primo romanzo di Patrizia Patelli. La perdita della madre, la malattia che fiacca un corpo che un tempo stato indomabile, fortissimo, esagerato nel suo spendersi per mostrarsi corpo-guerriero, corpo di lavoratrice, corpo che non conosce sosta. Una figlia lontana, con cicatrici che sanguinano ancora, cicatrici che arrivano dalle microviolenze subite dell’infanzia, piccole cose, piccole sciatterie, indelebili momenti di distrazione, di distanza: sanguinano con un niente e con un niente monta la rabbia, la violenza per l’ingiustizia subita, questa perdita troppo precoce e veloce per aver permesso una pacificazione. Sono dettagli che compongono ricordi, cose che paiono insignificanti ma non lo sono, episodi che affiorano, che emergono ora adagio, delicatamente, ora violenti come un rigurgito acido. E, in qualsiasi modo si presentano, occorre aprirsi, accoglierli, pensarli in varie ipotesi diverse, riscriverli, vomitarli lontano, coccolarli come cuccioli indifesi. Occorre, per arrivare a una forma di riconciliazione. E’ l’unico modo, la scrittura, necessit e urgenza. Un romanzo intessuto di materia viva e di dolore che si sente dentro le pagine, raccontato con un linguaggio stratificato, composto, originale. Linguaggio che cambia, che si sveste e si traveste. E’ ora lettera, ora monologo febbrile, visionario, tachicardico.

A me le sillabe suonano nelle orecchie. C’ chi nel silenzio sente una sinfonia. IO sento le parole. E allora le sento parlarti. Quando ogni tanto il pensiero si stacca e osservo le parole inseguirsi nella mente e le ascolto e mi accorgo che stanno parlando a te, che ti stanno raccontando cose in stato di semicoscienza, allora mi accorgo di quanto sei viva. Finch le mie parole ti parleranno da sole staccandosi da me e parlandoti per me, allora tu sarai viva, quasi una favola medianica, un racconto nel racconto che si compone da solo per mantenerti e conservarti dentro la mia vita.

Patrizia Patelli scrive un’epica del dolore e del corpo e riesce a rendere universale questa sua esperienza crudele permettendo a chi leggere un riconoscimento. Nella pietas che affiora, non subito, non scontata, non immediata, retorica, cotta e servita, artefatta. Tutt’altro. E’ una pietas sofferta, una compassione che attraversa l’assenza, il senso di colpa, la nostalgia, la mancanza lacerante, la vergogna

C’ un tipo di vergogna che meriterebbe il rango di peccato. Tra i comandamenti troviamo scritto onora il padre e la madre. Non esiste per punizione per chi, del padre e della madre si vergogna. Ho vissuto una doppia vita da adolescente. Tu non eri abbastanza bella, abbastanza ricca, abbastanza colta e io mi inventavo una realt parallela in cui tu eri diversa. Non l’ho mai dato troppo a vedere ma una volta la vergogna non per te ma la vergognosit di una figlia indecente venuta fuori. Potendo tornare indietro..

Il linguaggio dell’autrice diventa ora linguaggio-bambino, il linguaggio infantile della figlia che ora anche madre e come figlia si ritrova orfana a ricordare, a operare questa dolente immersione, ora il linguaggio feroce dell’adulta che fatica a dimenticare certe offese anche involontarie, certe piccole e grandi sciatterie, certe pretese, tutto l’immenso bagaglio del ci che poteva essere e non stato che tutti ci portiamo dietro. E’ in questa variazione di toni, in questa capacit di adeguare, ritmare, allargare i periodi, restringere le frasi e le emozioni, la capacit che ha questo romanzo di toccare nel profondo chiunque si sia interrogato sulla complessit del rapporto fra una madre e una figlia e sullo sgomento che si prova quando la malattia sfregia, modifica e frantuma.

E’ in questo calibrare che monta come monta la chiara delle uova, nei piccoli aneddoti inseriti come controcanto che fa girare all’indietro la moviola del tempo la parte pi bella, pi commovente e pi vera. Manca il fiato, a volte, la narrazione cresce di tono a tal punto che necessario fermarsi, frenare, arrestare la lettura. In qualche punto il profondo legame fra l’autobiografia e la scrittura non riesce ad essere del tutto controllato, sfugge, diventa elemento soprattutto personale, traccia di ricordo che non si pu condividere, o leggere senza sentire il rischio- subito ripreso- di un’ombra di retorica. Ma sono vizi minori in una storia dove il corpo e il perdono che arriva senza facili scappatoie, in una storia dove il materno svicola via da patinate risoluzioni di odio o di simbiosi, di grande interesse e intessuta di compassione e delicatezza.

Patrizia Patelli
Gli ultimi occhi di mia madre
Sironi editore 2009
Giudizio: 4/5


19.06.2009 3 Commenti Feed Stampa