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La sfuriata di Bet di Christian Frascella

di Enzo Baranelli

La sfuriata di Bet“Il nome è un colpo tramortente dal quale non ci si riprende mai più”. M. McLuhan

Leggo il terzo romanzo di Frascella, mentre ho già iniziato il saggio di Douglas Coupland su Marshall McLuhan (edito da Isbn). Trai due testi non vi alcuna attinenza, ma questa non è una recensione scritta a pagamento, qui si vuole solo esprimere un’opinione. Non devo rispettare regole ferree, non devo raggiungere un numero di battute prestabilito, mentre invece Christian Frascella a duecento pagine doveva arrivare, probabilmente, o forse no. “La sfuriata di Bet” è un romanzo di rapida lettura, a differenza del testo di Coupland: se esiste l’easy listening, esisterà anche l’easy reading. La storia è ambientata a dicembre in una delle nebbiose periferie torinesi e più precisamente in quella rivolta verso Milano, nota come Barriera. Palazzi appartenenti all’edilizia popolare, condomini brulicanti di vite e ora, rispetto a quando, anni fa, capitavo da quelle parti, ricco di etnie diverse con storie diverse. Il linguaggio ambisce a un’originalità che a volte colpisce il bersaglio come in: “si sfarina nel sonno” e altre volte risulta troppo costruito si veda la “tristezza ingolfante”  o “gli occhi come bottoni neri appiccicati al naso” o ancora “questo mi fa tracimare” (sic). Rispetto al suo esordio, comunque, la verve dell’autore, che è un abile e urticante scrittore,  appare più contenuta come se vi fossero dei brani tagliati. Il romanzo è scritto dal punto di vista di Bet. “Elisabetta, ma meglio Bet” che indossa “Dr. Martens gialli favolosamente fuori moda”: ora qui mi pare che l’effetto del fuori moda sia opposto, in fondo anche l’essere fuori moda è una moda, se al posto di “favolosamente” ci fosse stato un “probabilmente”, allora non avrei pensato che la tizia si stesse sparando le pose. Bet d’altra parte è un’adolescente, età confusa, e sta ripetendo il terzo anno alle superiori. Un ragazzo che forse le piace, una famiglia separata, un peso da portarsi dentro e dietro per tutta la vita, e poi le palle. E sì, perché Bet vede le palle, nel senso di sfere luminose che partono dalle sue mani e galleggiano nell’aria scomparendo poi nel soffitto. Bet va subito chiarito non usa droghe, nemmeno leggere; e il fenomeno delle sfere avviene solo a volte, quando la giornata è stata buona o meglio quando lei è stata buona (cosa che con il suo carattere spesso non le riesce). Come faceva notare Luca Conti a proposito del testo di Lansdale che ha tradotto alcuni mesi fa sempre per Einaudi, esiste una letteratura young adult o YA e l’autore può scrivere pensando ai suoi, possibili, lettori. I libri sono una merce e devono essere venduti, quindi come altre merci hanno un target. I forti lettori potrebbero leggere “La sfuriata di Bet” perché è un libro Einaudi, perché hanno apprezzato l’esordio dell’autore (è il mio caso), per un’inconscia pressione pubblicitaria (la prima pagina di Repubblica, tanto per dire) o per altri motivi, però non è un testo imperdibile, come d’altronde non è un pessimo romanzo. Per un pubblico adolescente, invece, la lettura potrebbe rivelarsi davvero avvincente e decisamente più ricca di emozioni, rispetto ai titoli di Moccia o Meyer. Non è un caso che per documentarsi sul sistema scolastico attuale, l’autore si sia avvalso della collaborazione di alcune classi di due Istituti superiori, cosa a mio parere giusta: se devi parlare della scuola ora, devi conoscerne la situazione (il primo romanzo era ambientato in un lontano 1989 e la scuola vi faceva una breve comparsa). Frascella parla di cose che conosce: anche il viaggio in prima classe col treno delle 7.37 (che ora però non ferma più a Campo di Marte) è un’esperienza fatta personalmente: l’ho visto, proprio a Campo di Marte, mentre fumava una sigaretta sui gradini delle porte aperte (ora il treno sosta a Santa Maria Novella per dieci minuti, così i fumatori possono comodamente scendere e sgranchirsi anche le gambe). Roma è descritta molto brevemente, altro aspetto delle conoscenze dell’autore che ha frequentato la città, mentre collaborava alla sceneggiatura del suo primo romanzo, peccato che poi il progetto sia svanito. La sfuriata di Bet, che arriva verso la fine dell’opera, rimane non completamente spiegata, il lettore ne comprende il contenuto sommando le informazioni ricevute fino a quel momento, il risultato è spiazzante al punto giusto, un’invenzione narrativa che supera gli altri errori del testo. Come detto un romanzo non imperdibile, ma una lettura scorrevole, spesso emozionante che accompagna rapido il lettore nel tempo del romanzo, che appena iniziato è già finito.

L’arte è qualcosa con cui si può sempre farla franca”. M. McLuhan

Christian Frascella, “La sfuriata di Bet”, pp. 207, 17 euro, Einaudi, 2011.

Giudizio: 3/5.


15.09.2011 19 Commenti Feed Stampa