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La corona d’alloro di Thor Vilhjálmsson

di Alessandro Montagner

coronaalloroThor Vilhjálmsson è morto il 2 marzo 2011. Era nato il 12 agosto 1925 a Edimburgo, e nel frattempo era stato romanziere, poeta, saggista, traduttore, bibliotecario, pittore, collezionista, viaggiatore, guida turistica, judoka, pescatore. Avrebbe potuto essere anche Gesù, nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Fu soprattutto un protagonista della vita culturale del suo paese, una persona di grande vitalità ed entusiasmo ancora maggiore, fino all’ultimo. L’amico e collega Guðbergur Bergsson ha scritto per lui un necrologio bellissimo, tradotto in italiano su Nazione Indiana.

La corona d’alloro è il suo ultimo romanzo. Come già in Cantilena mattutina dell’erba, l’autore è tornato all’Islanda del XIII secolo: all’epoca, i clan familiari più potenti erano coinvolti in una faida per la supremazia politica. Le lotte intestine avrebbero portato l’isola a perdere l’indipendenza, assoggettandosi volontariamente al re di Norvegia Hákon. In islandese questo periodo viene definito Sturlungaöld, dal nome del clan più importante, gli Sturlungar, cui apparteneva anche Snorri Sturlusson. Il corpus di saghe che narra queste vicende è un sottotesto cui il romanzo si richiama costantemente.

Il protagonista Guðmundur, nato in una fattoria molto povera, viene accolto dai frati del vicino monastero. Qui entra in contatto con la cultura dell’epoca, con l’agiografia cristiana e le antiche mitologie; finché, grazie a umiltà, dedizione e a una curiosità sempre desta, diventa amanuense. Tanto abile da venire nominato copista personale di Sturla Sighvatsson, che era nipote di Snorri Sturlusson e una figura politica di rilievo. Guðmundur ha quindi l’opportunità di essere spettatore, e redattore, degli eventi che segneranno sia la storia islandese che quella del continente. L’Islanda medioevale si rivela un osservatorio peculiare e molto interessante sugli affari europei.
Il romanzo rilegge la storia dalla prospettiva del popolo, degli umili, di coloro che la storia la subiscono; esemplare in questo senso l’insensata efferatezza delle frequenti rappresaglie tra clan rivali, di cui i contadini sono vittime inermi. Esemplare anche il riscatto sociale di Guðmundur ed il suo ruolo di scrivano, di “artigiano delle parole” sempre nell’ombra, “come un fungo su un olmo”.
Il rapporto tra oralità e scrittura è tra i temi costitutivi dell’opera. La dimensione orale è sempre presente, e la narrazione è corale, polifonica: riguardo la morte di uno dei personaggi circolano tre distinte versioni. Episodi e personaggi storici sono rievocati a viva voce, diventano resoconti di seconda, terza mano. Al contempo, tuttavia, viene esaltata la composizione poetica, anche nei suoi aspetti materiali:

Frate Sveinn gli aveva dato un brano di una saga per impratichirsi nella scrittura, per tracciare lettere aggraziate, lasciare che ciascuna conducesse armonicamente alla successiva, e alzare la penna una volta concluso ciascun lemma; farla ridiscendere con delicatezza sul vocabolo successivo, muoversi come se l’amanuense udisse una sequenza di note risuonargli nella mente mentre conduceva le parole, una dopo l’altra, in una danza sobria fino alla fine del rigo.

I passaggi più lirici sono riservati comunque alla natura islandese: alcuni capitoli, dedicati alla costante mutevolezza del cielo atlantico, ai presagi disegnati dalle nuvole che lo attraversano, sono autentici poemi in prosa. A volte l’autore si lascia prendere la mano, e il risultato è una prosa affascinante ma non immediata, che è un’eccezione nel panorama letterario islandese. Di questo ed altri dettagli ho discusso con Silvia Cosimini, la traduttrice italiana, che vorrei ringraziare per la gentilezza e la disponibilità. I complimenti per l’ennesima, ottima traduzione sarebbero superflui; non fosse per la difficoltà di questo testo, per la ridda di termini arcaici, citazioni testuali e riferimenti bibliografici che lo arricchiscono.

La corona d’alloro è un romanzo ricco di contraddizioni, poetico e violento, scuro e lucente di squarci abbaglianti. Forse non è il capolavoro di Thor Vilhjálmsson; di certo è il suo ultimo lascito.

Thor Vilhjálmsson, “La corona d’alloro” (2002), traduzione di Silvia Cosimini, pp. 302, €16,5, Iperborea,  2011.

Giudizio: 4/5.


24.01.2012 3 Commenti Feed Stampa