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Butcher’s Crossing di John Williams

di Chiara Biondini

butchers-crossingJohn Williams. Un nome e un cognome così comuni, ordinari. John Williams non è un nome da scrittore, uno di quei nomi che ti fanno pensare a menti eclettiche, cuori impavidi. Non pare esserci alcun destino in questo nome, ma anzi pare esserci quella normalità, quella quieta natura che è così tipica dei personaggi ordinari. Ed è un inganno, ovviamente. Perché è come mi sono ritrovata spesso a dire, in questi giorni, a chi mi chiedesse di lui: Williams è pacato. Ma spacca. Senza possibilità di soluzione. Nel 2012 Fazi ha pubblicato “Stoner, una delle più grandi riscoperte letterarie dai tempi di Yates, probabilmente. E sulla scia di quell’enorme successo, ecco arrivare “Butcher’s Crossing”, che Williams, per la cronaca, ha scritto cinque anni prima di “Stoner”. Ci si aspetta, in questi casi, di rimanere delusi. Non lo si vuole, ma lo si teme. Spesso accade che uno scrittore è rimasto nascosto tra le pieghe del tempo e abbia prodotto un solo vero capolavoro, e che quindi il resto possa essere tranquillamente dimenticato. Eppure, ci si accosta alla lettura di questo libro con una forte curiosità, un’aspettativa che sa di speranza. Ed eccolo, Williams, ecco la sua scrittura pacata, calma, una scrittura che pare parlare sotto voce, anche quando i personaggi sono in preda alla rabbia o al furore. Eccolo Williams specchiarsi in Will, il protagonista di una storia che potrebbe, in fondo, essere la storia di ciascuno di noi: l’abbandono del certo per l’incerto, la fuga dalla grande città in cerca della natura selvaggia, prima che vada perduta per sempre sotto il giogo del progresso. E’ il 1873 quando un ragazzo arriva da Boston in uno sperduto avamposto del Kansas, terra di cacciatori, prostitute commercianti di pelli, uomini duri e induriti che hanno poco da dire. Quello che Will vuole lasciarsi alle spalle è una vita sicura, una vita già scritta, per correre incontro a quella pulsione che martella dentro di noi e ci chiama a cose più ampie, più autentiche. E’ un momento di passaggio e la fine di un’epoca; la ferrovia che viene costruita poco lontano, i nuovi commerci, le nuove rotte. C’è una cosa che si può fare, ancora e, forse, per l’ultima volta: andare a caccia. Il bisonte, animale simbolo dell’America selvaggia, ma anche dell’America cacciatrice, spietata, indifferente, resta al centro della narrazione e ne diventa il fulcro. Il vecchio cacciatore Miller finalmente ha l’occasione di compiere l’impresa che troppe volte gli è sfuggita dalle mani, e il giovane e inesperto Will scoprirà sulla propria pelle cosa voglia dire lasciarsi andare alla natura, da lei lasciarsi guidare; capirà cosa voglia dire sfidarla e restarne sconfitto, imparerà il rispetto e la crudele ironia di un sistema che non premia il più forte ma il più adattabile. Il susseguirsi delle stagioni, il sangue, le poche parole scambiate con i compagni di viaggio. Soprattutto, le descrizioni della terra, della montagna, delle immense vallate, delle gole assolate, delle enormi distese d’erba.

Williams trasporta il lettore in quell’America epica, selvaggia e brutale che poi sarà anche la casa di autori come Cormac McCarthy, spingendosi – quasi inascoltato – quasi al limite di quelli che sono i nostri istinti, i nostri bisogni, le nostre necessità non tanto in quanto esseri umani, ma in quanto creature vive gettate in pasto al tempo su uno strano e bellissimo pianeta. Credo che la grandezza di questo libro si percepisca realmente solo chiudendolo, e sentendosi orfani di un primitivo senso di grandezza, quasi privati di un’arcaica bellezza. Sì, Williams è pacato ma spacca. La goccia che è lenta, tenace e precisa, e spacca la roccia.

 

John Williams, “Butcher’s Crossing”, (ed. or. 1960, trad. Stefano Tummolini) pp. 357, 17,50 euro, Fazi Editore, 2013.

Voto: 5/5


22.03.2013 2 Commenti Feed Stampa