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35 morti di Sergio Álvarez

di Enzo Baranelli

alavarezE, come sempre accade in Colombia, ci fu uno scandalo pubblico per una cosa che tutti quanti già sapevano in privato.

Proprio nell’anno della sua nascita (a Bogotà), Sergio Álvarez fa iniziare il racconto corale di 35 morti. E’ il 1965: grazie all’uso di prospettive diverse che si cedono il testimone o si sovrappongono, creando un ritmo serrato, l’autore scrive la storia della Colombia coprendo un arco di 35 anni (dal 1965 all’inizio del 2000). La morte del pluriassasino Botones, con cui si apre il romanzo, segna anche il concepimento del protagonista, figlio di Fabio e Nidia, che prima rimane orfano, in seguito trascorre parte dell’infanzia in un villaggio sul fiume Telembì e poi viene adottato dalla zia Cristinita e ancora dal Movimento Rivoluzionario (maoista), il MOIR, nel romanzo MOREI. Álvarez ci porta, con un crescendo che segue una traiettoria ondivaga e ipnotica, verso il primo maggio del 1975. Alla manifestazione di quell’anno partecipano migliaia di persone ed è il culmine e la fine di un movimento idealista che si sgretolerà venendo a patti con la realtà. Intanto, tra altre voci che arricchiscono il romanzo grazie alle sfaccettature della narrazione, il protagonista passa da una carriera criminale con una banda di teppisti a una nuova forma di attivismo all’università, per ritrovarsi prima in un campo di addestramento militare e poi in un ashram. I molti amori che segnano i ciak di inizio e fine delle vite del protagonista fanno proseguire quasi all’infinito le sue peripezie.

Il romanzo ha una linea conduttrice picaresca, ma il lettore grazie alla visione ampliata dal racconto corale non perde mai di vista la storia di una nazione, la Colombia, che attraverso morti, tradimenti e violenze efferate si avvicina all’epoca d’oro del narcotraffico. Con una struttura circolare (che compare anche nella conclusione) il protagonista, ingenuo, avventuroso, sfortunato pare ritrovarsi, dopo oltre vent’anni, di nuovo bambino sulle sponde del Telembì dove passò il cadavere del padre. “Mi misi a contare le città che avevamo visitato, quanti morti aveva fatto ogni bomba, quanti feriti, quanti corpi mutilati, quante vedove e orfani e affrettai il passo sempre di più fino ad arrivare sull’orlo di un crepaccio. E lì, come se all’improvviso tornassi il bambino di Barbacoas, mi sentii completamente perso”.

Esiste una forza nascosta nelle pagine di “35 morti”, la stessa tensione narrativa che coinvolge il lettore fino a condurlo febbricitante verso l’ultima pagina dona al romanzo una grandezza che supera i confini del semplice racconto ponendosi come testimone di un’epoca e della storia di una nazione e di un popolo.

Sergio Álvarez, “35 morti”, (ed. or. 2011), pp. 392, 20 euro, La Nuova Frontiera, 2013.

Giudizio: 4/5.


6.04.2013 1 Commento Feed Stampa