Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Yellow Birds di Kevin Powers

Yellow Birds di Kevin Powers

di Enzo Baranelli

yellowbirdsCon una prosa vicina a quella di McCarthy (“Meridiano di sangue”), Kevin Powers abbraccia la narrazione con la rassegnata semplicità di chi annota i fatti e, insieme, la potente forza lirica di chi è in grado di trascendere oltre i limiti del dettaglio, e di intravedere i margini tra realtà e desideri, tra i pensieri e i sogni. L’autore è un poeta e in questo suo primo romanzo evoca i ricordi del periodo trascorso come soldato in Iraq (2004-2005), dell’addestramento e di un amico perduto (mescolando finzione e autobiografia). Powers riesce a unire l’essenzialità della scrittura a un sentimento che supera i limiti dei puri eventi per diventare qualcosa di assoluto. “Niente ti isola di più dall’avere una certa storia. Almeno questo era ciò che pensavo. Ora lo so: il dolore è tutto uguale, cambiano solo i dettagli”. Il suo amico così può diventare anche il mio e tutto si raggruma in un sogno di libertà negata.

John Bartle e Daniel Murphy si conoscono in un campo militare nel New Jersey e si addestrano nella neve per essere trasportati, dopo poche settimane, nel deserto dell’Iraq. E l’amicizia potrebbe sembrare fondata su un legame debole: “Dieci mesi da quel giorno fino al giorno in cui morì. Può sembrare poco tempo, ma da allora la mia vita non è stata che una digressione di quei giorni, che ora mi pesano addosso come una lite che non si risolverò mai”. In alcune descrizioni il soldato Bartle cede al sonno, un oblio che segue l’urlo da adrenalina o anfetamine, e al brusco risveglio che lo assale reagisce afferrando subito il fucile d’assalto, capita anche sul volo che lo sta riportando a casa dove nemici, armi e cadaveri non ci sono. In questi momenti di finta quiete, quando la scrittura cammina tra sogno e realtà, Powers si avvicina a McCarthy: “Quando le nuvole si diradarono, guardai il vasto oceano allargarsi sotto di me. Mi concentrai per quelle che parvero ore su creste che diventavano vallate, vallate che piegandosi diventavano striature bianche, e tutto faceva pensare alla violazione di un qualche antico patto tra cose che per natura erano l’una all’altra opposte. Dopo “Bollettino di guerra” di Edlef Köppen, “Yellow Birds” riesce a raccontare la guerra con una narrazione sospesa tra la visione cruda e la realtà più fragile delle sensazioni di coloro che sono posti di fronte a tale visione: “Nelle ore di luce montavamo di guardia a turno, dormendo due ore e appisolandoci dietro i fucili per una. Non vedevamo nemici. Non ne inventavamo agli angoli dello sguardo. Eravamo troppo stanchi perfino per quello. Vedevamo solo la città, un collage di forme tratteggiate in bianco e ocra sotto un nastro di cielo azzurro”. Nel romanzo di Kevin Powers si percepisce la fatica, la disorientata visione che segue a una sparatoria, il rumore dei proiettili, l’odore dei corpi, vivi o morti, e poi la rassegnazione, le bugie, la colpa. E la sua punizione.

Kevin Powers, “Yellow Birds” (ed. or. 2012 – trad. M. Colombo), pp. 194, 17 euro, Einaudi, 2013.

Giudizio: 4/5

Colonna Sonora: Logan Vath, “Better Man or Ghost S.R., marzo 2013.

BANDCAMP LOGAN VATH


13.04.2013 1 Commento Feed Stampa