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Melancolia della resistenza di László Krasznahorkai

di Chiara Condò

copertinapersitoQuello che vi chiedo è di seguirmi in uno spazio sconfinato, dove regnano  l’eternità, la quiete, la pace e il vuoto infinito”: è questo l’invito che Vàluska, descrivendo l’armonia dell’universo, ci rivolge nelle prime, profetiche scene del film Le armonie di Werckmeister, che  Béla Tarr ha tratto dal libro più maturo di Krasznahorkai. Pubblicato finalmente da una casa editrice che da tempo ci ha abituati a raffinatezze simili, Melancolia della resistenza è un titolo che la Zandonai sottopone come un’intensa prova fisica al suo pubblico scelto.
Simile a un’apnea linguistica, la storia prende inizio da un piccolo evento senza importanza nella vita di una persona qualsiasi, per poi allargarsi, contaminando la trama di una macchina narrativa straordinariamente perfetta e oliata. Così il convoglio sostitutivo dei “casi eccezionali” che l’accaldata signora Pflaum si accinge a prendere, ci porta in un villaggio dei Carpazi dove tutto, anche i suoi abitanti, lascia intendere un vago sentore di abbandono e irrealtà, in una dimensione sospesa che Tarr ha saputo raffigurare con la lunghezza delle riprese fisse e piene di una lattuginosa nebbia prima, una profonda oscurità poi.

Nella quotidianità monotona del villaggio, un macabro circo porta in mostra il cadavere imbalsamato di una balena: preceduto da una scia di eventi inspiegabili e sinistri, la compagnia di girovaghi sarà seguita da avvenimenti peggiori, che sconvolgeranno per giorni la vita del paese, fino alla costituzione di un nuovo ordine dittatoriale, travestito da un rinnovamento costruito sul sangue e la forza.
Scritto tutto d’un fiato, senza sconti e tregue nei confronti di un lettore preso da una malia vorticosa e terribile, il romanzo è costruito su simboli e presagi e, paradossalmente, la cifra della sua visionarietà è data proprio dallo sfrenato iperrealismo in cui Krasznahorkai fa muovere i suoi personaggi.
Pochi e destinati al fallimento, i suoi eroi combattono con la forza dello stupore e dell’arte la confusione che la balena, simbolo di un potere sommerso e nascosto, sprigiona attorno a loro. Ma la melancolia sta proprio nel loro destino di soccombenti, in una resistenza le cui fondamenta vengono minate punto per punto da un potere diabolico quanto istituzionalizzato. Il romanzo, pubblicato nel 1989, fa così riferimento al passato comunista dell’Ungheria, che si apprestava in quegli anni ad uscire dal Patto di Varsavia, lasciandosi alle spalle le vittime della rivoluzione tentata anni prima.
Potente nel linguaggio e solido nella struttura, Melancolia della resistenza sfida il lettore in una prova che non riguarda solo la vista (anche se l’impegno è notevole, e non c’è nessun ‘a capo’ a cui ci si possa appigliare), ma che investe anche il cuore e il pensiero: seguire le riflessioni musicali del signor Eszter significa inoltrarsi in quel mondo armonico e perfetto con cui Vàluska ci ha accolto all’inizio del romanzo, e che ha venerato con un sentimento puro: “Valuska era rimasto sbalorditivamente uguale  a come era da bambino, il suo destino non era cambiato e i suoi pensieri non si erano sostanzialmente evoluti con il passare del tempo, perché lo stupore – quand’anche durasse il doppia di trentacinque anni – non ha storia”. E occorre scolpire quella visione nel ricordo una volta per tutte prima che l’onda buia dell’apocalisse si chiuda addosso a noi.

László Krasznahorkai, Melancolia della resistenza” (ed. originale 1989 – traduzione di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli), pp. 338, 18 €, Zandonai, 2013

Giudizio: 5/5


15.09.2013 Commenta Feed Stampa