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La questione più che altro di Ginevra Lamberti

di Enzo Baranelli

Lamberti1Sempre l’incipit, sebbene spesso un libro abbia una o più citazioni come epigrafi, e lì che Ginevra Lamberti impone alla prosa il ritmo con l’uso della ripetizione. E nell’incipit sta la valle in cui la protagonista e io narrante di questa storia, Gaia, vive e si annoia, ovvero si produce in un ossimoro da subito, nell’inizio che è la porta da attraversare – solitamente – guardando con cura il passaggio che conduce il lettore nel romanzo. L’incipit è il primo tentativo compiuto da chi scrive per accerchiare chi legge, per aprire un varco a un popolo di “noi” verso la profondità romanzesca, che in questo caso tanto profonda non è; si vede il limaccioso fondo, umiliante e fangoso dove i detriti portati dalle correnti sono ciò di cui è fatta l’opera.

Anche il libro – oggetto prodotto da un editore appassionato come nottetempo, pesa in modo diverso tra le mani del lettore – senza neppure parlare, prima di farlo comunica in modo non verbale, e quindi il mondo digitale priva la scrittura della comunicazione non verbale, parte infinitesimale del suo potere, ma da sempre presente. “Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di casa, sono uscita di casa, fuori di casa c’era la valle dove vivo. La valle dove vivo ha dei difetti oggettivi, tipo quello di essere permeata dalla morte civile, ma a parte questo è un posto esteticamente pregevole“. L’autrice prosegue e in poche righe situa la narrazione oltre che in un luogo, in un tempo e comunica che a Gaia manca un esame alla discussione della tesi, ma è da “due comodi anni e mezzo fuori corso“.

“La questione più che altro è non leggere questo libro, se siete abbastanza svegli da capire quanto sia un libro inutile e noioso, è pura noia arrotolata nella noia, con un fiocchetto di noia, imbustato in una busta di noia, con un piercing di noia, cui legare un moschettone d’arrampicata verso il monte Noia.

Riprendendo poi il titolo: “La questione che mi mette in difficoltà è più che altro che stare parcheggiata nella valle dove vivo alla lunga annoia di una noia mortale“. Qui il lettore – che sa cosa non leggere à la Manganelli – dovrebbe lasciare che un’altra corrente trascini il libro verso lo scarico fognario, cui per legge gravitazionale e analisi letteraria appartiene.

Sulle paranoie della campagna, dove si diventa teledipendenti o alcolizzati, o entrambe le cose, Lamberti si esprime in due righe scarse: “l’isolamento in un ipocondriaco è un generatore automatico di cartelle cliniche“. Nel suo diario annota i particolari del suo funerale aggiungendo password per facilitare l’accesso a chi rimane a ogni estensione virtuale del suo io: Twitter, Facebook, Instagram, Flickr, Tumblr, quest’ultimo mi ricorda da sempre il vetro spesso dietro cui si nasconde in bella evidenza un cocktail.

Mancano poche settimane a natale e capodanno, e una variabile “x” all’esame ultimo.

L’autrice è – un’ottima preparazione – laureata in Lingue e Culture Euroasiatiche e del Mediterraneo presso l’Ateneo di Venezia, città nella quale vive, lavorando come copywriter per l’associazione Flat (ad abbellire la nota biografica: il lavoro di baby-sitting e quello in un call center, al centro di molte risate e pari dispiaceri amari sul precariato, ma molti anni fa, prima della rivoluzione creata dalla delocalizzazione indo-rumena per l’assistenza telefonica).

Decidendo di dare una svolta alla sua vita, Gaia decide di smettere con la dipendenza da social media e quindi niente più internet, ma biblioteche vere.

Una cosa bella delle biblioteche è quando la gente è stanca e poggia la testa sul tavolo, e io penso che, se in biblioteca non hai poggiato la testa sul tavolo, non hai un’anima“. Frase come questa punteggiano il testo di cazzate. La vecchiaia, la sovrabbondanza di vecchi e la richiesta di badanti scatena sotterranee guerre tra sanità e donne dell’est europeo (altrove chiamate le Irine – a Mantova il pomeriggio hanno un ritrovo sindacale, all’aperto, dove la bigiotteria luccicante richiama stormi d’uccelli, Gianni, un amico, mi ha dipinto scene arricchite da leggins leopardati, zeppe alle scarpe e poi pellicce, tante pellicce e pellicciotti, che raggiungevano una concentrazione superiore a quella che si può vedere in uno zoo). Lamberti incrocia la verità con un approccio divertente e delicato, insieme, in questo romanzo di de-formazione. Diversamente dai giovani che si burlano degli anziani (ovvero come loro), un rispetto da ricovero ospedaliero, coatto per i vecchi, invade Gaia nei confronti di “nonna-di-su che aveva la capacità di muoversi in modo ectoplasmico su pavimenti di legno che scricchiolavano a guardarli“, e descrive il suo “divano di ciniglia nero fatto da milioni di miliardi di acari” e aggiungiamo al tutto il fatto che la nonnina sia “un’adepta del cristianesimo devota a Santa Rita da Cascia i cui miracoli garantiscono un abbonamento a ‘Dalle api alle rose’, rescindibile unicamente tramite decesso“.

La lingua piana usata da Lamberti, che fa dire all’editore che “richiama una favola“, perché le persone non abbiano l’impressione che si parli loro, come se fossero idioti, ripetizioni e ripetizioni a colmare il vuoto tra due punti, il linguaggio usato da Ginevra Lamberti – dicevo – è veloce, sincopato, non ellroyano, perché privo delle benzedrine del Dudster, oltre che di un minimo talento, lievemente morbido in curva, quando la direzione della trama scontata cambia, in altro scontato vicolo o budello. Il ritmo e le parole accompagnano il lettore in un affollato mercato di suoni, di cui l’esordiente non può approfittare per inesperienza e mancanza di gusto. Il Dipartimento di Studi Orientali, famoso, quello veneziano frequentato da Gaia, si abbina al Dipartimento di Studi Euroasiatici, dando al lettore, una breve, vaghissima, evanescente impressione che ci sia qualcosa di autobiografico da qualche parte.

Piccole soste, a tirare il fiato, come la dichiarazione d’amore a Venezia con il suo Ghetto, le calli, i canali, lo spritz, e una canzone di Davide Maggioni, offrono pause narrative, che sono ampie inaspettate aperture nell’architettura raccolta su se stessa della conchiglia lagunare. Una perla non tirata a lucido, come tutto in questo romanzo, evocante un linguaggio naturale, parlato dall’organo preposto, un ottimo proposito che però dà vita a una solenne e sgangherata opera colta, noiosa, sporca, ignorante, liturgica e, falsamente, anarchica.

Il romanzo ha svariati passaggi con collocazioni tra la valle e Venezia. E colpi di scena come un improvviso appuntamento al Pronto Soccorso (ricordiamo l’ipocondria che compare nell’incipit) ed ecco che “L’enterite fulminante no, non l’avevo considerata“. Leggere Ginevra Lamberti consegna al lettore il comando di una nave interstellare che imbarca acqua, e nella sala macchine il dottor Scott veste un salvagente a paperella: non ci sono dubbi, non si vergogna di essere divertente, a piccolissime omeopatiche dosi, ma il clown non è l’artista di Heinrich Böll, qui è solo un patetico pagliaccio.

La seconda parte si apre con il lavoro al Call Center – è un lavoro ancestrale, divenuto tale nell’Italia in crisi – e Gaia racconta la sua parte, che non è nulla di nuovo sotto il sole o la pioggia. I capitoli che seguono hanno una forma più classica dell’analisi degli eventi: sono dentro, ma anche fuori, vive, ma si vede vivere, o quel che è: tizie strane, compagni d’appartamento, e muffa per ottenere una serie di quadretti con un assembramento di gente caduta dal seggiolone da piccola.

Scopriamo che nonno-di-su si oppone a nonno-di-giù che è “salito dal casertano”, un convinto tabagista fin dagli otto anni, amante della conditura del caffè direttamente nella moka. Che dettagli geniali! I capitoli, nella seconda parte, sono suddivisi in parti, ulteriori, dallo hashtag così #1, #2 ecc. A pagina 125-127 la scrittura si srotola in elenco di risposte e situazioni da call-center, stile rapsodia della battaglia, ma senza l’aedo.

La Parte Terza è Venezia (l’addio). Un richiamo all’incipit, evidente a ciechi e sordi, elabora una struttura circolare. Una casa di giovani semisbandati con lavori pencolanti e apparecchi mobili per raddrizzare i denti, sangue nel freezer, insulti che salgono dal canale e “la laguna più romantica del mondo”: questo è il massimo della produzione letteraria – mi dispiacerebbe per nottetempo, ma comunque la schiuma olezzante vende  bene, come cosmesi e surrogato del vero racconto letterario. Il lavoro, ora, è più sfuggente, Gaia fa catering inguainata in una divisa che pare un Ferrero Rocher per dodici ore in un palazzo principesco, sede della più elevata evasione fiscale della galassia, o teme l’acqua alta, ora che si abita nello sgarrupato appartamento veneziano, l’acqua e non le bombe, da temere quando suona la sirena. Esiste una semiologia del suono avvizzito in una cantina umida che a respirare rischi l’annegamento. Gli attacchi di panico non regrediscono dalla infanzia all’età adulta, e il Pronto Soccorso lagunare è raggiungibile più facilmente da morti.

Arriva, infine, annunciata e attesa L’Azienda. Compito: far sedere le persone. Tanto di contratto a dimostrarlo, mica cazzi.

In questa parte dove Gaia mima i gesti di una cameriera, il testo subisce la devastante opera demolitrice dell’esperienze – autentiche, dinamiche, divoranti – della protagonista del grandioso romanzo di Merritt Tierce in “Carne viva“, un esordio americano del 2014, pubblicato lo scorso anno, senza alcuna pecca, nella favolosa e nuova collana Big SUR che riporta ordine nella messe caotica, con data di scadenza ormai spirata, delle astrazioni di Ginevra Lamberti. In Merritt Tierce abbiamo la vera potenza narrativa della letteratura, l’indimenticabile esperienza della lettura, un romanzo che ricorderò per sempre, qui, invece, un tendone da circo tenuto su con gli stuzzicadenti. Paturnie intellettuali, da finti asmatici con l’inalatore riempito di placebo, e spacciato per medicina, senza rendersi conto della meschina figura di queste pagine annacquate, finché la cellulosa sfatta e spolpata diventi massa grigiastra, come perfetta rappresentazione della narrativa di Ginevra Lamberti, un involtino stopposo di spazzatura intellettuale.

Ginevra Lamberti, La questione più che altro, pp. 220, 13 €, nottempo, 2015.

Giudizio: 1/5

Nota del Direttore Editoriale: Merritt Tierce, Carne viva, (trad. Martina Testa), pp. 221, SUR, 2015. Giudizio: 4/5  – finalista al PEN/Bingham Prize per il miglior romanzo d’esordio nel 2014 negli USA. Segnalato dal San Francisco Chronicle, dal Chicago Tribune ecc.

Un vero grande romanzo, con il potere della prosa dirompente che frana oltre gli argini della pagina scritta e vi si imprime come indelebile ricordo di fuoco sulla carne viva.

Il cantante citato nel testo (in linea con il romanzo):


22.01.2016 1 Commento Feed Stampa