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Finché dura la colpa di Crocifisso Dentello

di Lorenzo Leone

Crocifisso Dentello è riuscito nell’DentelloCOVERimpresa – e bisogna riconoscerglielo – di rendere detestabile Domenico Laurana, il protagonista del suo romanzo d’esordio (Finché dura la colpa, Gaffi, 2015). A Dentello questa figura di bambino-lettore deve essere parsa assolutamente necessaria. E, in effetti, necessaria lo è (ideologicamente) a una società che appioppa all’arte, a ricordarcelo è Roland Barthes, il marchio dell’irresponsabilità (alle figure sublimate di questo mito, al poeta, al genio, aggiungeremo allora quella del lettore sfrenato). Domenico Laurana, bambino-lettore e poi ragazzo-lettore, lettore prevedibilmente bulimico e malinconioso, è perciò stesso il destinatario sicuro di un moto di simpatia; antipatici (e gretti e brutali) appaiono invece tutti gli altri: i genitori, gli abitanti del quartiere, i borghesi e i proletari. Forse colpevoli, perché la colpa, croce o bandiera che Dentello ‘inalbera’ fin dal titolo, non è solo di Domenico, che legge e non studia, non lavora, commette delle sciocchezze, si macchia di un delitto e mette incinta la fidanzata, ma anche della società intera: colpevole di non leggere, colpevole di lavorare, di mirare alla sopravvivenza o al benessere, all’utile («Eccola qui, distillata, tutta la filosofia di vita in questa pianura brianzola: lavoro, lavoro e poi ancora lavoro. I destini si misurano solo sulla capacità di produrre lavoro»). Ben presto però le simpatie e le antipatie si scambiano il posto. E Domenico appare per quello che è: un velleitario e un moralista, un narcisista impegnato nella stesura di un memoriale autoassolutorio dove alla enfatica confessione delle colpe riconosciute fa subito da contrappeso il ricordo di un’angheria o di una sventura subite; impegnato, soprattutto, nella stesura di una testimonianza affettata della propria irresponsabilità (sociale?) di lettore. (Domenico medita un paio di volte il suicidio, per noia o per disperazione, nondimeno vi si sottrae subito: il suo martirio è molto più soft: «La mia vita è un lungo martirio di cellulosa». Un altro passaggio: «Con questa crepa nella vita, ora posso ritornare alla mia missione di monaco della letteratura. Leggere nella quiete della cella. Rispettare i giorni della colpa»). Per parafrasare Gottfried Benn: la letteratura, questo enorme problema! La letteratura è la grande assente nel diario di questo lettore inesausto (Domenico? Crocifisso?). Pare che Dentello voglia dare ragione a Cesare Garboli, il quale una volta disse, a proposito della letteratura: «Obiettivamente mi sembra che non esista». Insomma: il lettore al posto della letteratura.dentellone

Forse il limite di questa prova narrativa di Dentello sta in una scelta precisa: e cioè nella scelta di un io narrante che, com’è ovvio, si sobbarca per intero il compito di un resoconto, di una testimonianza, come si è detto; io «in arché», che sta all’inizio della storia, che è «là dove le cose cominciano» ma anche «là dove uomini e dèi comandano, là dove si esercita l’autorità, l’ordine sociale» (J. Derrida, Mal d’Archive, Paris, Galilée, 1995, p. 11, cit. in F. Garritano, Aporie comunitarie: sino alla fine del mondo, Milano, Jaca Book, 1999, p. 34). L’io, questo «ergastolo famelico», dice Ceronetti (La lanterna del filosofo, Milano, Adelphi, 2005, p. 57) – e detestabile si vorrebbe aggiungere. L’angustia di questo io-prigione è particolarmente evidente nel racconto di Dentello. Prigione è già la cameretta del protagonista, habitat atto a preservare la sua ‘biodiversità’, dalla cui finestra immagina di buttarsi di sotto: finestra senza sbarre ma attraverso cui si evade con un tonfo mortale sul marciapiedi. E una cella, non molto diversa da questa cameretta, lo attende, attende Domenico, alla fine del racconto. Ma quell’angustia è (anche) tutta nel monologo ininterrotto, nei faticosi giri e rigiri di frase, nella registrazione dei «sussultini del sesso» (ancora Ceronetti), dello scuotimento degli organi sensibili e intellettuali, nella chiusura ideologica. Infine, quella scelta, lo si sarà capito, costituisce un limite anche in un altro senso. Dentello si smarrisce – smarrisce la propria scrittura – nelle pastoie ‘liriche’ di questo io senza riuscire a connettere la coscienza monologante agli avvenimenti incredibili e in parte inverosimili (fra i quali un regolamento di conti che, alla lontana, ricorda Jean Gabin alle prese con il suo grisbì) che occorrono là fuori, lungo il percorso diegetico. Per esempio non c’è un Domenico Laurana prima del delitto e un Domenico Laurana dopo il delitto; perché prima e dopo nulla cambia nella sua (iper)sensibilità e nella sua parola. Eppure Laurana alza alto il lamento, il grido del suo rimorso, si sente mancare la terra sotto i piedi, piange e trema: «Il rimorso che mi attanaglia è troppo ampio perché possa sotterrarlo in qualche profondità dentro di me». Gli si può credere ma non si crederà mai che sia davvero riuscito a nominare questo suo delitto irreparabile. E forse – forse – è lecito domandarsi se questo personaggio, colpevole e incolpevole, sincero e insincero, e in ogni caso detestabile, non sia lo specchio di una scrittura che, almeno per ora, non ha fatto i conti con i propri mezzi.

Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, pp. 243, 16,90 €, Gaffi, 2015.

Giudizio: 2/5

(Lorenzo Leone  – www.appiasnero.it)


2.02.2016 1 Commento Feed Stampa