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Il figlio maschio di Giuseppina Torregrossa

di Silvana Arrighi

figlio maschioCertamente attratta dalla copertina che richiama dipinti di Tamara de Lempicka (ma firmata dall’australiana contemporanea Catherine Abel, che a Tamara si ispira), nonché dalla sinossi che mi annunciava una saga familiare imperniata su figure femminili e sui libri, ho affrontato con fiducia la lettura del romanzo di Giuseppina Torregrossa. Un romanzo ben impostato, con un’abile scansione in capitoli ognuno dei quali, costruito attorno ad uno dei molti personaggi della storia, trasporta il lettore attraverso quasi un secolo e molti avvenimenti. Sono avvenimenti di interesse prevalentemente localistico (moltissime anche le espressioni vernacolari), che si giocano fra Caltanissetta, Catania e Palermo e ruotano attorno a famiglie (i Ciuni e i Cavallotto), molto note per aver dato vita a importanti librerie, tuttora esistenti. La capostipite, grande amante dei libri, è Concetta Russo di Sommatino, coniugata a don Turiddu Ciuni, uomo rigido, diffidente nei rapporti con il mondo e poco incline alle novità, convinto che i libri, “grandissime minchiate, […] infragiliscono la mente. La terra invece, si sa, rende sani e forti”. Madre di dodici figli, tolte alcune figlie fattesi suore, altre andate spose, alcuni dei maschi partiti per l’America a cercar fortuna, un paio prematuramente defunti, a Concetta non rimane che Filippo a cui cercare di trasmettere la sua passione per i libri. Riesce quindi a sottrarlo al destino che il padre aveva disegnato per lui e, dissuasolo dal lavorare le terre di proprietà della famiglia, lo istrada verso la professione libraria, aiutandolo ad aprire la prima libreria. Sarà poi la figlia ultimogenita, Concettina, a proseguire ulteriormente l’impresa (e la saga) attraverso il figlio Vito Cavallotto, fondatore dell’omonima casa editrice e della libreria, tuttora gestita in Catania dalla vedova Adalgisa e dalle loro tre figlie Cetti, Anna e Luisa.

L’autrice è un medico, palermitana e conoscente della famiglia Cavallotto, di cui ha scelto di immortalare le vicende. Pur essendo piuttosto abile nella scrittura, il suo romanzo non è privo di difetti, prima fra tutti la ripetitività con cui sono descritti i personaggi femminili, che sembrano cloni l’una dell’altra: tutte innamorate, tutte santificate nella celebrazione quotidiana (anima e, soprattutto, corpo!) del loro matrimonio, tutte, in realtà, molto assoggettate ai mariti e timorose di non essere degne del loro amore e della loro fedeltà e dedizione.

“«Io sono di Vito Cavallotto»- diceva tutto il suo corpo, anzi sembrava che quella frase ce l’avesse stampata sulla fronte come un marchio di appartenenza. E la sua carnalità, prudentemente celata, la riservava al marito che accoglieva con gioia ogni volta che lui ne avesse voglia. Quel muro che aveva tirato su, anziché contenere la sua femminilità esuberante, l’aveva esaltata, tanto che ogni suo gesto, anche il più banale, come quello di scrivere una fattura, appariva una promessa maliziosa”.

La narrazione attraversa quasi tutto il ‘900 ma ne sfiora appena accadimenti epocali (tra cui anche una guerra, di cui si dice veramente molto poco), valica il confine del millennio riferendo tutt’al più qualche nota di colore sociale (gli abiti, le pettinature, la televisione, poco altro), preferendo circoscrivere il racconto fra le quattro mura di casa, con un intimismo – e un indugiare esagerato alle vicende di letto dei protagonisti – che molto lo avvicinano alla categoria “romanzetto rosa”. Nella descrizione della saga famigliare, giocata per lo più sulle donne, Torregrossa si ritrova, forse involontariamente, a scimmiottare la Allende de La casa degli spiriti, addirittura riproducendone spudoratamente l’idea portante quando inserisce nella storia degli inverosimili dialoghi di Adalgisa con lo spirito del marito morto!

L’idea di cantare le lodi di un gruppo di donne di buone intenzioni e infaticabili era buona, ma questo romanzo è riuscito a trasformarla in un’idea pessima.

Giuseppina Torregrossa, “Il figlio maschio”, pp. 320 € 18,50, Rizzoli 2015.

Giudizio: 3/5


29.02.2016 1 Commento Feed Stampa