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Lo schiavista di Paul Beatty

di Danilo Cucuzzo

Lo schiavista«Devi porti due domande: chi sono io? E come faccio a diventare me stesso?»

Questo ripeteva ogni volta il padre di Bonbon Me – protagonista e voce narrante del graffiante Lo Schiavista di Paul Beatty – a tutti quei neri che soleva aiutare/confortare nei loro momenti di abbattimento o quando si trovavano sul punto di commettere un qualche atto di pura e indifesa disperazione.

L’inizio del romanzo è sconvolgente, il nostro eroe si trova nell’aula della Corte Suprema a rispondere dell’accusa di schiavismo… Bonbon è un giovane appassionato di agricoltura e allevamento cresciuto in un sobborgo ormai cancellato dalle mappe, Dickens – ex quartiere della zona sud di Los Angeles – dal padre psicologo un bel po’ sciroccato, che lo ha educato in casa e lo ha ripetutamente usato come cavia per i suoi esperimenti. Dopo la morte di quest’ultimo – assassinato senza un perché come molti altri afroamericani prima e dopo di lui – il nostro eroe, accompagnato da un ottantenne fuori di testa, ex membro delle Simpatiche canaglie – andate in scena negli anni ’40 in oltre duecento film nei quali il razzismo era così immacolato da sembrare un qualcosa di ineluttabile e per certi versi benedetto dal Signore – dapprima si industria per riportare in vita la sua amata Dickens e poi, nientemeno che la segregazione razziale. Beninteso, i suoi intenti sono lodevoli. Egli ritiene – e ai fatti non ci vorrà molto per dargli ragione – che grazie alla segregazione (nelle scuole, sugli autobus, in ospedale) i neri ritroveranno se stessi, la loro più autentica identità, così da schiodarsi finalmente da quel falsamente comodo divano di vittimismo e indolenza sul quale – non soltanto, ma anche per colpe proprie – se ne stavano stravaccati da fin troppo tempo.

Con la sua scrittura brillante, i tanti riferimenti alla cultura alta e pop, e la splendida idea di non guardare in faccia a nessuno, Paul Beatty riesce mirabilmente ad attirare a sé il lettore con le lusinghe di un sarcasmo cui il sorriso non sa e non vuole resistere, per poi colpirlo allo stomaco con cazzotti ben assestati che lo costringono a piegarsi in due dal dolore … da un dolore ben più profondo di quello che potrebbe procurare un pugno, ma dal dolore, dall’amarezza, dal dispiacere di riconoscersi parte attiva di questo mondo razzista. Vincitore del Man Booker Prize, per la prima volta assegnato a uno statunitense, “Lo schiavista” è un’ulteriore conferma del felice periodo vissuto dalla narrativa americana contemporanea.

Dato il periodo, si potrebbe cadere nella tentazione di leggere Lo Schiavista e fare dei collegamenti con il recente successo elettorale di Donald Trump. Il punto, però, è un altro, e Paul Beatty, tra un sorriso e l’altro, lo fa capire benissimo: il razzismo è vivo e vegeto, e non “appartiene” soltanto a una certa fascia di elettori. Il razzismo è onnipresente e non potevano certo bastare otto anni di presidenza Obama per scalfirlo. Forse, l’unico modo davvero efficace per combatterlo è quello di incominciare ad aprire gli occhi, partendo – perché no? – da questo romanzo.

Paul Beatty, “Lo schiavista”, trad.: Silvia Castoldi, Fazi Editore, pp. 295, € 18.50, 2016,
Giudizio: 4/5


19.12.2016 Commenta Feed Stampa