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Il pastore d’Islanda di Gunnar Gunnarsson

di Silvana Arrighi

“Quando una festa si avvicina, gli uomini si preparano a celebrarla, ognuno a modo suo. Ce ne sono molti e anche Benedikt aveva il proprio, che consisteva in questo: quando iniziava il digiuno natalizio, o meglio, se il tempo lo permetteva, la prima domenica d’Avvento, si metteva in viaggio. Riempiva una bisaccia di provviste, calzettoni di ricambio, varie paia di scarpe di cuoio nuove e un fornelletto da campo; prendeva con sé una latta di petrolio e una bottiglietta d’alcol e se ne andava tra le montagne, che in quel periodo dell’anno erano popolate solo dagli uccelli predatori più resistenti, dalle volpi e da qualche pecora sperduta. Proprio di queste Benedikt andava in cerca, bestie sfuggite ai tre raduni regolari dell’autunno.”

Benedikt, cinquantaquattro anni, così generoso da mettere a repentaglio la sua stessa vita, ogni prima domenica di Avvento decide di partire, accompagnato solo dal suo cane e da un montone e sale verso le aree desertiche degli altipiani interni a cercare le pecore smarrite fra le roccie perchè non abbiano a morirvi durante i rigori dell’inverno. Lo fa ogni anno da ventisette anni. Nella sua caparbia ricerca, Benedikt affronta la natura meno amica, più aspra, cammina per ore nel freddo e nella tormenta, si nutre poco e dorme in umide spelonche per giorni e giorni, incrociando nella sua via pochi uomini e vivendo il proprio viaggio in compagnia di Roccia e Leò con cui condivide il poco cibo e la strenua fatica come fossero due umani: il lettore quasi dimentica la loro identità animale, sono come una trinità inscindibile, uniti da amicizia e solidarietà incrollabile.

“E finalmente, dopo aver provviso Roccia di fieno da ruminare e neve per spegnere la sete, prese la bisaccia e tirò fuori da mangiare per sé e per Leò.[…] Si divisero quel pasto congelato da buoni amici quali erano, lui e Leò, spartendolo fraternamente. Quale sovrano, pensava Benedikt, ha una vita altrettanto magnifica nel suo castello o è più sicuro nelle avversità del mondo? […]«Devi sapere, caro Leò, che nemmeno il papa a Roma se la passa meglio di te e di me, o ha la coscienza più limpida». “

Il lungo racconto di Gunnarsson, un classico della letteratura islandese a metà fra poesia e prosa (basato, alla lontana, su un fatto realmente avvenuto nel 1925), è un inno alla solitudine, una fiaba senza tempo, insolita e poetica, costruita attraverso pochi, scarni ingredienti. Trasportato da una narrazione soave e lirica, il lettore si sente come in una tormenta  di Turner o nella fredda solitudine di un quadro di Friedrich.  Riecheggia lo smarrimento allucinato di Castorp perso nella tempesta di neve nella “Montagna magica” di Thomas Mann. Sorge il dubbio, durante la lettura, di una possibile allegoria cristiana: l’ascesa alla montagna in una atmosfera mistica, la ricerca delle pecore smarrite, il richiamo alla trinità, il nome del protagonista – Benedikt, nome utilizzato anche per il giovane che sale a cercarlo alla fine del racconto –  e la sua convinzione che Leò, il cane, sia “un vero papa”.  Il racconto è in realtà un’essenziale ode all’inverno – accentuata dall’enfasi sull’ambientazione islandese -, alla quale sarebbe privo di senso attribuire un significato, ci si deve solo far trasportare dalle immagini attraverso le montagne e la tormenta di neve fino a trovare sette pecore raminghe, in una totale fusione con la natura.

“Ecco qua! La terra può essere così ostile all’uomo da chiudersi completamente davanti a lui, lasciandolo in balia di se stesso. Ma Benedikt trovò la soluzione. È questo il compito dell’uomo, forse l’unico al mondo: trovare una soluzione. Non darsi per vinto.”

Dopo aver letto questo piccolo, intenso e poetico libro, viene spontaneo il proponimento di riprenderlo ogni anno a Natale, come ci racconta di aver fatto a lungo J.K. Stefànsson – profondo conoscitore del connazionale Gunnarsson. Sua è la notevole postfazione, una sorta di secondo libro incluso nella stessa confezione del primo.

Assolutamente pregevoli le traduzioni, sia del racconto di Gunnarsson che della postfazione.

Gunnar Gunnarsson,  “Il pastore d’Islanda” (trad. Maria Valeria D’Avino), postfazione di Jòn Kalman Stefànsson (trad. di Silvia Cosimini), pp. 160. € 15,00, Iperborea,  2016.

Giudizio: 5/5


24.12.2016 Commenta Feed Stampa