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Tutto quello che non ricordo di Jonas Hassen Khemiri

di Silvana Arrighi

“Lo so, non è facile entrare nel mio libro, c’è incomunicabilità fra i personaggi, che non si relazionano fra di loro. Ma questa confusione iniziale mi sta a cuore, sostengo che il lettore debba avere un ruolo attivo, che debba diventare co-autore di quello che sta leggendo”- così ha esordito Jonas Hassen Khemiri nel breve, interessante incontro che abbiamo potuto avere con lui al Boreali Nordic Festival lo scorso 2 febbraio.
Entrare in sintonia con il suo libro e con i suoi personaggi è, in effetti, piuttosto arduo: l’inizio è una caotica sovrapposizione di voci, frammenti, interviste raccolte da uno scrittore, nel tentativo di capire, per trasporlo eventualmente in un libro, cosa sia successo a Samuel, un ragazzo fra i venticinque e i trent’anni, morto in un incidente automobilistico. Sono un vicino di casa, la madre e la sorella, l’amico, l’infermiera della nonna, un’ex compagna di basket che fa l’artista a Berlino e si fa chiamare Pantera pur avendo una faccia da “criceto turco bagnato”, da “marmotta curda”, da “suricato siriano, magari”. E il lettore inizia il suo lavoro, ligio alla consegna decisa dall’autore, cercando di ricostruire da questi frammenti la storia, la vita, il carattere di Samuel incastrando fra loro i diversi pezzi. Impresa non facile. Dopo le prime pagine le voci narranti (sempre con l’interposizione dello scrittore, depositario del loro racconto) si riducono a due, in un continuo cambio di prospettiva: Laide (nome che personalmente mi ha evocato Buzzati, che però Khemiri ha ammesso di non conoscere), enigmatica, ragazza con cui Samuel ha avuto la più recente storia d’amore, e Vandad, il gigante-amico con cui Samuel convive, con un coinvolgimento affettivo al di là dell’amicizia. Ognuno di loro racconta un Samuel diverso, a seconda del ricordo che ne ha. “Ho voluto scrivere soprattutto un libro sul ricordare e sull’inganno della memoria – ci ha spiegato Khemiri -, selezionare i ricordi è un procedimento spontaneo, comune ad ognuno di noi.” Anche Laide e Vandad raccontano solo ciò che fa loro comodo ricordare, sono quindi narratori inaffidabili, quando addirittura non mentono sapendo di mentire, nel tentativo di allontanare da sé il senso di colpa per la sua morte. Samuel, peraltro, non è argomento facile: una sorta di Zelig, affettivamente infantile, che adatta il suo modo di essere ai diversi interlocutori della sua vita, sfuggente, insicuro. Forse sessualmente incerto (“lo chiamavano ‘il convertito’ – dice uno dei tanti testimoni della sua vita -. Non nel senso di un musulmano diventato cristiano, ma di un gay diventato etero.”), chiede a tutti quelli che incontra la loro personale definizione dell’amore. Smemorato, o meglio eternamente spaventato di poter non conservare la memoria di ciò che gli avviene, compila continuamente liste di tutto; si prepara addirittuta un elenco degli argomenti di cui parlare con una ragazza al primo incontro, timoroso di non ricordare qual è il comportamento che sarebbe opportuno tenere per l’occasione. Deposita poi tutte le avventure che vive in quella che chiama la sua «Banca delle Esperienze», ossessionato dal pensiero che i ricordi possano non sopravvivere.
Attraverso i racconti incrociati, sconnessi e contraddittori raccolti dallo scrittore, oltre ad emergere la figura di Samuel alcuni temi prendono a rincorrersi: i personaggi del romanzo per la maggior parte non sono svedesi o non lo sono per intero, come lo stesso Khemiri, di padre tunisino e madre svedese, e il problema dei migranti è presente e sentito da quasi tutti: Samuel lavora per l’Agenzia Nazionale per l’Immigrazione e Laide è interprete di arabo, svedese e inglese per la stessa ed altre organizzazioni. L’amore è presente in molte forme, e l’autore d’altra parte ci racconta che la scintilla iniziale che ha dato il via al romanzo era una serie di racconti, in cui i diversi narratori si mantengono vaghi descrivendo l’amore, senza esatte connotazioni di genere (si tratta forse di quel Storia d’amore senza sesso, citato verso la fine del romanzo). Il romanzo appare peraltro zeppo di riferimenti autobiografici, in parte legati all’ostilità vissuta da Khemiri ragazzo da parte di un ambiente sociale dominato dal pregiudizio verso il colore scuro della sua pelle. E lo scrittore che raccoglie interviste su Samuel è, curiosamente, un camuffamento dello stesso Khemiri, coinvolto in realtà non nella storia di Samuel ma in quella di qualcun altro…
Con una narrazione affascinante e carica di virtuosismi stilistici, Khemiri conferma di essere un grande scrittore contemporaneo (vincitore del prestigioso Augustpriset, in passato attribuito a scrittori svedesi del calibro di Torgny Lindgren, Tomas Tranströmer, Göran Tunström e Per Olov Enquist), e la casa editrice Iperborea di compiere scelte sempre azzeccate, importanti ed oculate.
Jonas Hassen Khemiri, (trad. Alessandro Bassini), “Tutto quello che non ricordo“, pp. 329, € 17,50, Iperborea, 2017

Giudizio: 5/5


14.02.2017 Commenta Feed Stampa