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Il nome del padre di Flavio Villani

di Silvana Arrighi

«Sì, sono io, il viceispettore Cavallo. Dov’è?» feci io. Sentivo che stavo diventando impaziente, volevo vedere con i miei occhi le variabili della mia prima inchiesta. Di cadaveri ne avevo già visti, ma sempre come fossi in seconda fila, spettatore di una rappresentazione irreale; erano altri che dovevano risolvere la faccenda, io eseguivo e basta”.

Nel torrido agosto del 1972, il viceispettore Cavallo, di turno alla sezione Omicidi della questura di Milano in via Fatebenefratelli, mentre gran parte della città è in vacanza, si trova a dover fronteggiare il suo primo caso importante: il raccapricciante ritrovamento, all’interno di una valigia abbandonata al deposito bagagli della stazione Centrale di Milano, del cadavere di una donna fatto a pezzi e senza testa. Lo zelo con cui si accinge ad investigare sul caso viene presto smorzato dal Commissario capo Naldini, suo superiore, che, abbronzato e in abiti borghesi per aver interrotto bruscamente le vacanze con la famiglia, prende in mano la situazione e in un attimo sposta l’indagine alla Buoncostume che liquida il caso come un regolamento di conti nel mondo della prostituzione. In realtà, lo svolgersi dei fatti e, soprattutto, il macabro dettaglio del cadavere fatto a pezzi, richiama alla memoria del Commissario Vicedomini, collaboratore di Cavallo, altri fatti di sangue avvenuti trent’anni prima, e lo induce a credere che l’attuale omicida abbia voluto ispirarsi al “Macellaio della Martesana”, che aveva ucciso e fatto a pezzi due donne negli anni ‘40. Ossessionato dalla impossibilità di risolvere il caso, archiviato con sospetta frettolosità, Cavallo decide di scriverne un resoconto e, molti anni dopo, ormai diventato commissario nel piccolo Commissariato Città Studi, durante un nuovamente anomalo, caldissimo agosto, consegna il manoscritto autobiografico a Valeria, una giovane poliziotta che, dopo averlo letto, gli darà il coraggio di riaprire l’inchiesta e di riscattarsi dalla frustrazione di molti anni prima.

Di più non si può dire: raccontare la trama (per giunta molto complessa) di un giallo sarebbe operazione oltremodo scorretta, e in questo caso non si può neppure commentare il titolo, poiché svelerebbe troppo sul finale della storia poliziesca. Si può però accennare alla copertina, che mostra l’immagine di una donna piuttosto conturbante, in un dipinto dell’americano contemporaneo Malcolm T. Liepke (White feather boa), lasciando presagire scenari in cui donne fascinose disturbano i sonni provocando inquietudini anche nei protagonisti più insospettabili. E una donna, molto carina, Valeria Salemi, donna d’azione più che di pensiero, sarà il volano che, allacciando fra loro i vari piani temporali, insieme a Cavallo risolverà il giallo.

“Camminai di buona lena in direzione del Duomo, cercando di rinfrescarmi all’ombra dei vicoli e buttando lo sguardo accaldato negli androni freschi dei pochi palazzi non sbarrati. […] Camminare mi aiuta a concentrarmi. In tutti questi anni di lavoro non so quanti chilometri ho fatto in giro per la città. È così che ho imparato a conoscere e ad amare Milano”.

Il commissario Cavallo (che del gaddiano Ingravallo non ha solo l’assonanza del cognome) è un “uomo qualunque”, persona tranquilla e riflessiva con l’abitudine di spostarsi a piedi per la città deserta. Uomo del Sud, proiettato in un ambiente esistenziale e lavorativo molto diverso dalla sua realtà di origine, nella soffocante calura estiva attraversa le assolate strade milanesi che lo conducono a Brera, Piazza del Duomo, Via Larga, Via Laghetto, Piazza Santo Stefano, San Bernardino alle ossa, luoghi topici di Milano, o nei meno noti, come la Martesana, via Tadino, Città Studi con i suoi istituti universitari. “Ma il mio romanzo non è una guida turistica!”, ha commentato l’Autore durante una recente presentazione proprio nella sua città: i giri e rigiri del commissario Cavallo forniscono uno sfondo affascinante (un po’ alla Scerbanenco) per una ottima ricostruzione d’epoca. Giocando magistralmente su diversi piani narrativi temporali e destreggiandosi abilmente in una trama complessa, ricca di personaggi e di avvenimenti, Flavio Villani con il suo linguaggio limpido e un disinvolto passaggio della narrazione dalla prima alla terza persona conduce il lettore attraverso sorprendenti colpi di scena verso uno svelamento finale davvero insolito. Cavallo, il suo personaggio, cambia con lo svolgersi del romanzo: al termine della storia, alla vigilia della pensione, si è misurato per tutta la propria vita professionale con un’idea di giustizia costretta modificarsi di giorno in giorno e un’attività lavorativa che gli ha fatto incontrare non solo codici ma anche commissari senza scrupoli, giudici “comunisti” e preti corrotti.

Di professione neurologo, lettore assiduo fin da bambino e amante di Gadda, Dürrenmatt e Hitchcock, Villani trova forse il tempo per svolgere la sua seconda professione di scrittore solo durante le ferie estive: che sia per questo che inevitabilmente la calura incombe su ogni pagina del suo bellissimo romanzo?

Flavio Villani, “Il nome del padre “, pp.315, euro 17, Neri Pozza,  2017.

Giudizio: 4/5


13.06.2017 Commenta Feed Stampa