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Elogio di un Autore: Fredrik Sjöberg e “l’assillante paura di essere dimenticati”

di Silvana Arrighi

In occasione della pubblicazione de L’arte della fuga, libro conclusivo della trilogia iniziata con il bestseller mondiale L’arte di collezionare mosche (2015) (tradotto in 23 lingue e venduto in Italia in oltre 10000 copie) e proseguita con Il re dell’uvetta (2016), Fredrik Sjöberg è venuto in Italia per una serie di presentazioni, ospitato dalla sua casa editrice, Iperborea. Ho avuto quindi l’opportunità di incontrarlo per Cabaret Bisanzio e, insieme ad altri blogger, abbiamo avuto con lui una piacevole conversazione.

Frederik Sjöberg è svedese e ha 58 anni. La sua formazione è scientifica, ha studiato geologia e biologia ed è entomologo. Da molti anni vive con la moglie e i suoi tre figli nell’arcipelago a est di Stoccolma, a Runmarö, che in passato ospitò autori come August Strindberg e naturalisti del calibro di René Malaise. In una intervista al Guardian ha detto, parafrasando Virginia Woolf: “I really love this place because it was a room of my own”. Durante la permanenza all’isola “che sembra una grande domenica di quindici chilometri quadrati”, Sjöberg ha raccolto e catalogato negli anni più di duecento specie di mosche, sirfidi per la precisione, senza mai smettere, però, la sua attività di traduttore e critico letterario. Nel 2009 la sua collezione di sirfidi è stata esposta alla 53a Biennale d’Arte di Venezia e nel 2016 Sjöberg è stato insignito con l’Ig Nobel – premio scherzoso ma non troppo, sponsorizzato dalla rivista scientifico-umoristica statunitense Annals of Improbable Research (AIR) – nella categoria Letteratura “per il suo lavoro autobiografico sul piacere di collezionare mosche che sono morte, e mosche che non sono ancora morte”.

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“Questa volta vi parlerò di un pittore. Si chiama Gunnar Mauritz Widforss. Un acquerellista un po’ convenzionale specializzato in bei paesaggi. Montagne scoscese e grandi alberi. È nato a Stoccolma nel 1879 e morto a 55 anni il 30 novembre del 1934. […] E io sono il suo migliore amico”.

Fredrik Sjöberg è specializzato nel diventare “migliore amico”, postumo, di molti noti e meno noti personaggi. Generalmente outsider, li toglie dall’oblio nel quale rischierebbero di cadere e dona loro luce e notorietà, svelando a loro insaputa le loro vite ed anche qualche “segreto”.

“Ogni vita umana è un labirinto. Se si trova l’ingresso, ci si può aggirare dentro all’infinito”. È la frase estrapolata dall’editore e citata nella quarta di copertina de L’arte della fuga. Come non perdersi nella vita del “pittore dei parchi nazionali” Gunnar Widforss, che ha dato il proprio nome a una cima del Grand Canyon o del “Re dell’uvetta” Gustaf Eisen, interessante zoologo, pittore, archeologo, fotografo, nonché leggendario esperto di lombrichi? O in quella di René Malaise, geniale inventore della trappola che ha permesso di scoprire migliaia di nuove specie di insetti, protagonista insieme ad altri “migliori amici” di Fredrik, de L’arte di collezionare mosche. C’è un filo di Arianna costituito dalla cronologia delle vite ma c’è anche, da parte dell’autore, un lasciarsi andare a raccontare senza pretese di assoluta precisione o di esaustività scientifica: “È bello perdersi in un libro, sia come lettore che come scrittore” – afferma Sjöberg. Non a caso, fra i suoi modelli letterari vi è Bruce Chatwin, con il suo porsi a metà strada fra fiction e non-fiction, il suo narrare con stile essenziale e asciutto storie di persone a volte impreziosite da aneddoti fantasiosi non sempre aderenti a luoghi e avvenimenti reali. Sjöberg, essendosi impadronito di questo stile, se ne assume anche il rischio, come peraltro fece Chatwin – non sempre apprezzato per le distorsioni da lui effettuate nei confronti della cultura e delle abitudini dei personaggi che andava descrivendo.

Leggendo di Sjöberg e poi parlandogli, si ha subito l’impressione di un certo anticonformismo non disgiunto da piccole dosi di vanità e dalla determinata volontà di distinguersi dalla massa. Ci sono frasi che ripete quasi identiche in tutte le interviste: “Già da bambino collezionavo farfalle, maggiolini, api. Poi intorno ai quindici anni ho smesso, perché ho capito che era difficile conquistare le ragazze con degli insetti morti. […] Ho ripreso a metà degli anni Novanta. Volevo essere esperto di qualcosa che gli altri non conoscessero troppo: così ho iniziato a cacciare mosche e l’ho trovato subito molto piacevole”. Ad una simile affermazione, probabilmente, alcuni scienziati puristi storcono il naso, ritenendo che Sjöberg abbia abdicato al suo ruolo di ricercatore per diventare un caso letterario. In effetti, di divagazione in divagazione il primo volume della trilogia non parla strettamente di entomologia, ma va chiacchierando a ruota libera di collezionismo in generale e di celebri collezionisti, e ancor più si discostano dall’argomento Ditteri i due volumi successivi. “Alle persone comuni – afferma l’autore – non interessa sentir parlare di mosche, ci sono persone molto interessate a questo e ad altri argomenti affini ma in generale al grande pubblico non interessano le mosche ma le persone.

Divulgatore un po’ filosofo, dunque, in ogni volume della trilogia raccoglie e racconta, in un disordinato flusso di coscienza e utilizzando una scrittura brillante e spesso molto divertente, storie di luoghi, animali, cose e persone, storie lacunose ed aperte come una sorta di “stanza delle meraviglie” con dentro un po’ di tutto. Anche il genere è inclassificabile: ogni libro è un po’ autobiografia (magnifiche le pagine su se stesso ragazzino e sulle meravigliose notti nelle estati svedesi, in cui “tutto è perfetto: la luce, il caldo, i profumi, la foschia, il canto degli uccelli… le farfalle”), un po’ saggio, un po’ trattato di entomologia, un po’ racconto fantastico e raccolta di biografie prestigiose. “Ho deciso di essere uno scrittore perché volevo essere libero – dice lo scrittore – e penso che il coraggio sia stata l’unica qualità necessaria. Non ho scelto la carriera di scrittore per amore della scrittura. In realtà odio scrivere: la vera gioia è il momento della ricerca ed ho sempre paura del fallimento. Scrivere non era quello che avrei voluto fare ma è stato un mezzo per dire quello che volevo dire. La parte dedicata a scrivere è dolorosa, non è né collezionare né fare scienza. Il primo libro della trilogia si intitola in realtà The Fly Trap, La trappola per mosche: intrappolare le mosche per collezionarle, ma anche intrappolare delle passioni. I miei libri riuniscono le mie passioni e non sono catalogabili secondo nessuna categoria classica, sono solo libri.”

Libri che vanno letti come un tutt’uno inscindibile: Sjöberg si stupisce, e forse un poco si indispettisce, poiché spesso nelle librerie i tre volumi della trilogia si trovano sparpagliati uno qua uno là, distanti fra loro.

“Ho messo le vite altrui in pubblico – commenta infine lo scrittore –: non mi sento sempre un bravo ragazzo, sono consapevole di essere stato a volte davvero invadente, ad esempio in L’arte della fuga ho utilizzato lettere private, scritte da un figlio alla propria madre e le ho rese pubbliche. Ma ho anche gettato luce sulle vite di persone che altrimenti sarebbero completamente dimenticate, e spero con questo di aver fatto loro un piacere. Io stesso spererei di avere uguale sorte, che qualcuno mi possa ricordare quando sarò morto, come una rockstar: saperlo mi aiuterebbe a contrastare l’umana e assillante paura di essere dimenticati.”

 

Fredrik Sjöberg, “L’arte di collezionare mosche” (Flugfällan, 2004; edizione italiana 2015). “Il re dell’uvetta” (Russinkungen, 2009; edizione italiana 2016). “L’arte della fuga” (Flyktkonsten, 2006; edizione italiana 2017). I libri di Fredrik Sjöberg, pubblicati in Italia da Iperborea, sono tradotti da Fulvio Ferrari. Copertine curate da Iperborea su progetto grafico xxystudio.

Giudizo: 5/5


21.06.2017 Commenta Feed Stampa