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Scomparsa di Joyce Carol Oates

di Silvana Arrighi

Chartage, luglio 2005: Cressida, figlia adolescente dell’ex sindaco democratico, l’avvocato Zeno Mayfield, dopo una serata trascorsa a casa di un’amica non fa ritorno a casa. Dopo diversi giorni di disperate ricerche, ci si arrende all’evidenza: la ragazza è scomparsa, dispersa nelle desolate montagne degli Adirondack nella parte settentrionale dello Stato di New York. Del suo possibile omicidio è accusato Brett Kincaid, ex fidanzato della sorella di Cressida, Juliet, e reduce della guerra in Iraq. Non molti giorni dopo, effettivamente Brett confessa la sua colpevolezza.

“Cressida aveva diciannove anni ma ne dimostrava meno. La corporatura minuta, il comportamento infantile, il fisico da ragazzo, snella, i fianchi stretti, il torace piatto.”[…] Era piccolina, con gli occhi scuri e una chioma quasi afro, nera come l’inchiostro, tutta ricci. Un corpicino smilzo da ragazzina di undici o dodici anni e l’espressione impassibile, non sapevi mai a cosa pensava. La figlia intelligente dei Mayfield.”

La ragazza scomparsa è un personaggio speciale. Dotata di grande talento artistico, suona il pianoforte e sa disegnare enormi enigmi visivi reinterpretando Escher con realistici dettagli dell’ambiente intorno a sé. È estremamente intelligente, tuttavia è incapace di vivere “normalmente” in mezzo agli altri, di accettare le consuetudini sociali, di fare amicizie, di avere relazioni con l’altro sesso. In perenne conflitto con la bellissima sorella maggiore Juliet, Cressida è certamente la più problematica e più brutta delle due, esclusa dai coetanei e con un nome difficile da capire e pronunciare, che sembra una punizione divina: Cressida o “Criseyde”, colei che – “Chaucer ha scritto di lei, e poi Shakespeare” – non è in grado di farsi amare. Cressida si disprezza e, spesso, disprezza il suo prossimo. “Per Cressida era più facile deridere che esprimere ammirazione. Più facile isolarsi che cercare di unirsi agli altri”. La sua acutissima sensibilità, unita a mal riposto orgoglio, non le consente di accettare quelle piccole sconfitte di cui è piena ogni adolescenza: non riesce a sopportare d’essere schernita da un bambino, criticata da un professore, respinta da un ragazzo, e tanto sproporzionata è la sua reazione alla propria frustrazione da inondare di sofferenza anche tutto il mondo intorno a sé. Non vuole essere consolata, perché ha sempre pensato di non essere amata. Lei, “quella brutta, la racchia. Quella intelligente”. Nella sua disorientata affettività, Cressida crede di essersi innamorata dell’unico che le si era dimostrato amico aiutandola in un momento di difficoltà: lui è però il fidanzato di Juliet, “quella bella”, il caporale Kincaid, che ha prestato servizio nell’accampamento a nord di Kirkuk, durante l’Operazione “Iraq libero”. Lì è rimasto coinvolto in vicende atroci, che gli sono costate menomazioni fisiche e psichiche devastanti. Al rientro in patria come veterano di guerra “congedato con onore”, le sue esperienze in Iraq si confondono con il presente e il ricordo della brutalità del conflitto, anche verso i civili, fa di lui un uomo spezzato. “Quel poveretto è quello che chiamano un danno col-la-te-ra-le di cui non frega un accidente a nessuno”. Il Caporale Brett Kincaid è rinchiuso nel braccio della morte del famigerato carcere di massima sicurezza di Dannemora, dove sconta una dura sentenza, anche se molti credono se non alla sua innocenza almeno alla non responsabilità delle sue azioni e alla necessità di curarlo in ospedale psichiatrico. “Si augurava di morire davanti a un plotone di esecuzione. Rivelò quel desiderio nelle pause della confessione rilasciata agli investigatori della contea di Beechum, che andò avanti per sette ore”. Brett ha sempre desiderato espiare, come Cressida ha sempre desiderato scomparire. “Lei voleva scivolare nel fiume e abbandonarsi alla corrente, nessuno avrebbe saputo che era stata respinta, rifiutata.”

La Chartage del titolo originale del romanzo è tutte le Chartage o forse tutte le città d’America. Così come la famiglia, anzi le famiglie di cui il romanzo parla, tipicamente appartengono al banale ceto medio americano: o forse di tutto il mondo. Il dolore si propaga da un componente all’altro della famiglia di fronte alla scomparsa di uno di loro.

“I genitori lo sanno: alcuni figli sono facili da amare, altri mettono a dura prova il loro amore. Ci sono figli radiosi come Juliet Mayfield. Schietti, limpidi, sereni. Ci sono figli difficili come Cressida. Immersi in una sfera di caustica ironia come nel liquido amniotico.”

Dai rapporti familiari disastrati il romanzo a sua volta si allarga a parlare di violenza, pregiudizio, sistema penitenziario americano, pena di morte, guerra: i suoi orrori. Non ultimo, parla anche di religione e di perdono. Un romanzo tragico e verosimile. Impegnativo,  ambizioso.

Oates utilizza narratori diversi e mischia fra loro piani temporali distanti, imprimendo al racconto un ritmo opportunamente nevrastenico e ansiogeno, fatto di frasi ripetute o spezzate o chiuse in parentesi aperte poi chiuse poi riaperte, dialoghi veri o immaginari attraverso cui si fa dolorosamente strada una trama greve di episodi allucinati ma tristemente concreti. Un modo di procedere nella narrazione da gambero, un passo avanti e due indietro: procedendo nella lettura si acquisiscono sempre nuove informazioni sui personaggi, ne viene approfondita per gradi la psicologia, gli stessi eventi si arricchiscono grazie al racconto a più voci e l’utilizzo alternativo della prima e della terza persona. La scrittura non è sempre scorrevole, molto minuziosa, a volte vagamente prolissa. A tratti addirittura claustrofobica. Tutte caratteristiche dolorosamente necessarie.

Joyce Carol Oates, , “Scomparsa” (titolo originale “Carthage”, trad. Giuseppe Costigliola), pp. 461,   Mondadori.

Giudizio: 5/5


26.07.2017 Commenta Feed Stampa