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Leggenda privata di Michele Mari

di Silvana Arrighi

“Quante cose devo farci stare in poche pagine? Solitudine, palpitazioni, nevrosi: ecco, intanto con questo trìlogo ho già raccontato il grosso; il resto sono i soldatini dipinti con gli smalti Humbrol-Enamel, le Mercury, i disegni con la Rapidograph Rotring Koh-I-Noor 0.1, Dick Tracy e Cocco Bill. Si getteranno avidi su queste notizie gli Accademici?”

Poche pagine, dunque: era nel progetto. In effetti, Leggenda privata è un libro esile, senza divisione in capitoli, nel quale la narrazione, spezzettata da frequenti parentesi e corsivi, è intervallata da brevi respiri – parentesi quadra-tre puntini-parentesi quadra – che sottolineano una sosta, un cambio di registro, una ripresa con argomento diverso; o che introducono la terrificante discesa in quella Cantina in cui ha sede l’Accademia dei Ciechi, che ha commissionato al noto scrittore la stesura dell’autobiografia, destinata ad essere, come gli ha intimato Quello che Gorgoglia, «isshgioman’zo con cui ti chonshgedi». Alla richiesta degli Accademici Mari è risoluto a rispondere con un “romanzo dell’orrore”: “questo si aspettino da me, un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo”.

Un romanzo che reinventa l’autobiografia come genere, una discesa dentro di sè, nel mondo di ossessioni e personali orrori mischiati ai sanguinosi avvenimenti dell’infanzia (“un campionario di tic e manie”), ingigantiti dall’enorme lente d’ingrandimento di una sensibilità resa ipertrofica da un “maledetto-stupendo” Q.I. di 188 e dall’aver vissuto in una famiglia in molti sensi “speciale”.

Tutti abbiamo ricordi d’infanzia, belli brutti allegri dolorosi, ma poche volte forse parleremmo di orrori o la definiremmo sanguinosa. Per cosa, poi? Per qualche ceffone ben assestato o un piccolo amore prepuberale già in grado di sfrucugliare gli acerbi ormoni? Eh no, l’infanzia di Michelino è dolorosa davvero: ci fa sentire, al confronto, dei dilettanti. Un padre ingombrante e narcisista – il super designer Enzo Mari – grosso anche in senso fisico, “la più compiuta rappresentazione della paternità abramo-mosaica”, modello inarrivabile a cui Michele somiglia come una goccia d’acqua (le numerose fotografie nel libro lo testimoniano, in modo addirittura inquietante); una mamma – la ricercata disegnatrice per bambini Iela Mari – dolce ed evanescente come un ultracorpo, alla quale è proibito (dal burbero marito) dispensare bacini della buonanotte; nonni paterni e materni di ceto sociale così distante da essersi sempre ignorati e, piazzati sulle sponde opposte del Lago Maggiore, non essersi mai voluti incontrare. In compagnia di diciannove fratelli non nati (altrettanti aborti confessati dalla madre), di problemi che non sono solo parole-mostro come fimosi ed enuresi (piscialetto fino a 16 anni!), di epiteti velenosi, come culattina o bulletto, elargitigli dal padre autoritario e spaventoso, contrapposti ai diminutivi bamboleggianti tipici della mamma. Un incubo di “Focaccine, soldatini, figurine, macchinine, giornalini, non-bacini, vasini: una vita fra i diminutivi, io più diminuito di loro. Spesso il male di vivere ho incontrato, era l’incartocciarsi della fogliolina riarsa, era il cavallino stramazzato”.

Mari parla di sé come da sempre ha fatto nei suoi libri, ritorna con la sua narrazione di sapore gotico a temi già trattati, esponendo un groviglio di pensieri probabilmente pensati ogni giorno per una vita intera. Ma parla anche di tutti noi, della nostra memoria collettiva, dei nostri archetipi, demoni, passioni, nevrosi… Una geniale resa dei conti e strabiliante avventura dell’intelligenza, frutto di un cervello pieno di fantasmi e feticci, apparentemente mai guarito dalle prime esperienze di bambino disadattato.

Lo stile è, come sempre, originalissimo, istrionesco (“non sono forse essi stessi a ricordarmelo denunciandomi per istrione? garbato, intenso, dolente: ma hystrio”), carico di neologismi strambi e ricercati ma intuitivamente comprensibili, che piegano e forzano la lingua italiana, modellandola a ogni narcisistica necessità dell’autore.

Forse non è un libro per tutti, forse qualcuno, specie fra i più giovani, lo abbandonerà dopo le prime pagine. Ma, come ebbe a dire Umberto Eco, le prime cento pagine sono lo “scoglio penitenziale con cui uno scrittore costruisce il lettore adatto a quelle che seguiranno”. Resistono quelli che si lasciano trasportare dal fraseggio frammentato, dal lessico dotto, denso di arcaismi, così insolito e ricco di citazioni metaletterarie, talvolta aulico. Quelli che amano l’autoanalisi ironica e amara, le intonazioni nostalgiche, le ossessioni per le note dolenti della propria infanzia, il Mottarello di quando si era bambini (o piuttosto il Cornetto Algida, “C’è un Algida laggiù che mi fa gola – è un perfetto endecasillabo”), i richiami al dialetto lombardo, “l’anima affidata alle cose e a quella cosa fissa che è il tempo”.

Michele Mari, “Leggenda privata”, pp 176, euro 18.50, Einaudi, 2017

Giudizio: 5/5


27.09.2017 Commenta Feed Stampa