Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Lincoln nel Bardo di George Saunders

Lincoln nel Bardo di George Saunders

di Danilo Cucuzzo

Il primo romanzo di George Saunders non poteva che caratterizzarsi per lo stile originale. L’apprezzato autore di Pastoralia, Il declino delle guerre civili americane e Dieci dicembre, costruisce il suo Lincoln nel Bardo utilizzando una serie di testimonianze – alcune tratte da fonti storiche – collocate in modo tale da formare una narrazione omogenea. In un testo privo di dialoghi propriamente detti, i vari “testimoni”, con i loro monologhi danno in realtà l’impressione di parlarsi, di confrontare fra di loro i ricordi di quella strana vicenda. Ambientato principalmente nel Bardo – il non-luogo nel quale secondo la tradizione buddhista/tibetana soggiornano le anime nel tempo che gli è necessario per passare da una vita a un’altra -, racconta dell’improvvisa morte di Willie, undicenne figlio prediletto del presidente Lincoln e di come quest’ultimo riesca in qualche modo a entrare in contatto con il mondo dei morti. Se da una parte abbiamo le testimonianze tramandateci dal mondo reale, da spettatori che assistettero in prima persona o de relato a quei tristi giorni per il presidente – tristi giorni intimi, giacché quei giorni erano assai tristi di loro, infuriando la Guerra Civile con tutto il suo carico di dolore e morte -, dall’altra abbiamo le testimonianze degli “abitanti” del Bardo, e in particolare di tre anime che sin da subito presero a cuore le sorti del giovane e comprensibilmente spaesato Willie Lincoln.

«Le sue parole furono soffocate dai singhiozzi. Si prese la testa fra le mani e la sua figura fu scossa dall’emozione. Mi trovavo ai piedi del letto, con gli occhi pieni di lacrime e lo guardavo in silenzio, stupita, intimorita. Il dolore lo snervava e lo trasformava in un bambino debole, passivo. Non immaginavo che la sua indole coriacea potesse cedere in tal modo alla commozione. Non scorderò mai quei momenti solenni: il genio e la grandezza piangevano per il perduto idolo dell’amore.» Keckley, op. cit.

«L’uomo si chinò, sollevò la piccola forma dalla cassa e, con un’eleganza sorprendente per un uomo così sgraziato, si sedette al tempo sul pavimento, stringendola in grembo.» roger bevis III

Il Lincoln che esce dal romanzo di Saunders è molto lontano dal mitico presidente – effigiato in uno dei più famosi monumenti statunitensi (secondo, credo, soltanto alla Statua della Libertà) o cantato da Walt Whitman – che salvò l’Unione e concesse la libertà agli schiavi; no, il Lincoln di Saunders è un uomo affranto dal dolore e tutt’altro che sicuro di sé. Emblematica in tal senso è l’immagine del grande presidente che si reca al cimitero per riabbracciare ancora una volta il corpicino senza vita del figlio in sella a un cavalluccio che, anche date le dimensioni fisiche di Lincoln, sembra ancora più piccolo e dimesso, dimesso come lo spirito di un uomo sulla cui fermezza in tanti facevano affidamento.

Da Lincoln nel Bardo, dall’incontro tra il mondo dei vivi e il non-mondo dei morti, emerge tutta l’umana debolezza ma anche tutta l’umana forza, l’attaccamento alla vita contrapposto al dolore della perdita inevitabile, la convinzione che il mondo è pieno di sfide ardue da affrontare con piglio deciso pur avendo l’amara certezza di nulla potere contro la morte. In Lincoln nel Bardo trovano spazio la nostalgia e la speranza, le lacrime e il sorriso, il dolore e la gioia, la perdita e il riscatto e, non ultima, la grande letteratura.

«Che piacere. Che piacere stare lì dentro. Insieme. Uniti da un obiettivo comune. Insieme, ma anche uno dentro l’altro, riuscendo così a leggerci nel pensiero per un attimo, a leggere anche nel pensiero di Mr. Lincoln. Che bello, farlo tutti insieme!» roger bevis III

George SaundersLincoln nel Bardo”, trad. Cristiana Mennella, pp. 352, € 18.50, Feltrinelli, 2017.
Giudizio: 4/5


11.10.2017 Commenta Feed Stampa