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L’amico perduto di Hella Haasse

di Silvana Arrighi

“Come potevo spiegare in poche parole chi era e cosa rappresentava per me Urug? Urug era il mio amico, era l’unico essere vivente vicino a me con cui fin dalla nascita avevo condiviso ogni fase della mia esistenza, ogni pensiero, ogni sensazione. E non solo. Urug era di più. Urug significava – benché non riuscissi a esprimerlo a parole – la vita a Kebon Djati e intorno a Kebon Djati, le escursioni in montagna, i giochi tra i filari del tè e sulle pietre del fiume, i viaggi in treno, l’andare a scuola…l’ABC della mia infanzia”.

Il narratore di questa novella, scritta in prima persona, è il sinjo besar, il “signorino” figlio del direttore della piantagione olandese di Kebon Djati, nato in Indonesia ma di famiglia e cultura olandese. Fin dalle prime righe del racconto parla con vivide, nostalgiche parole dell’amicizia che lo ha unito ad Urug, uno dei numerosi figli del mandur, il sorvegliante indigeno che della piantagione. La narrazione prende le mosse dalla loro infanzia: i due bambini sono quasi gemelli per data di nascita e, nonostante l’innegabile distanza sociale che li separa, condividono, parlando ora in olandese ora in sondanese, giochi e avventure nella montuosa isola di Giava: “Visto che la presenza di Urug mi sembrava ovvia, non mi rendevo conto della sua singolare posizione in casa nostra, a metà strada tra membro della famiglia e subordinato”.

La vicenda, ambientata negli anni ’40 del ‘900, si snoda fra le montagne del Preanger e Sukabumi – davanti al mare dove ci si può imbattere in pescecani, e dove atmosfere lagunari di pesci e gamberetti portano con sé sciami di anofeli, odore di salmastro e di putrefazione – per terminare a Batavia (l’odierna Giacarta), dove aveva sede La Compagnia Unita delle Indie Orientali. La rigogliosa natura indocinese è la terza, e non meno importante, protagonista della storia, facendo da sfondo alle esplorazioni infantili dei due amici e, più avanti, alle loro vite di giovani uomini: pianure di fango e digradanti terrazze di risaie, azzurri profili montuosi, villaggi tra i boschetti di bambù, acque paludose e il misterioso lago nero Tilaga Hideung – cratere antichissimo trasformato in lago dalla pioggia.

“Tilaga Hideung, nel cuore della foresta primordiale, era un luogo d’incontro per gli spiriti malvagi e le anime dei defunti; vi abitava Nènèh Kombèl, vampiro che sotto le spoglie di una vecchia stava sempre in agguato per impadronirsi di bambini morti.”

Gli adulti di riferimento dei due ragazzi sono inadeguati a proteggere l’affetto che li unisce e, attraverso l’imposizione di spostamenti e studi diversi che possano differenziarne le esistenze in base alla diversa posizione sociale, li allontanano progressivamente, aiutati in questo dagli avvenimenti politici in atto. Finché nelle ultime pagine si consuma il dramma dell’appartenenza sociale, che fin dall’inizio aveva fatto presagire eventi funesti.

“Non so quanto siamo rimasti così, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. Io non mi muovevo, lui nemmeno. Aspettavo, ma senza paura, completamente rilassato. Ebbi la sensazione che a quel momento ci avessero condotto, inesorabilmente, tutti gli avvenimenti a partire dalla nostra nascita” […] “Era davvero Urug? Non lo so, e non lo saprò mai. Ho perso anche la capacità di riconoscerlo.”

L’elegante semplicità della scrittura di Hella Haasse fa di questa perfetta novella un piccolo acquarello con un fondo di struggente mestizia. Pubblicato – anonimo – per la prima volta nel 1948 (nel periodo in cui le Indie olandesi si trasformarono difficoltosamente nell’indipendente Repubblica Indonesiana) e considerato uno dei grandi classici della letteratura olandese, L’amico perduto (titolo che così fortemente riecheggia quello simile ma opposto, L’amico ritrovato di Fred Uhlman) ha un finale malinconicamente bello, coronato dalla postfazione del traduttore Fulvio Ferrari, davvero illuminante e perfetta nel contestualizzare e illustrare con più ampio respiro il conflitto fra mondi diversi ed uguali, che si rispecchiano nei due protagonisti.

“Il cupo lago della foresta, con la sua nera superficie impenetrabile allo sguardo, diviene allora immagine dell’Indonesia e, non meno importante, dell’amico. Urug, il ragazzo sempre presente nella vita del narratore, il compagno di giochi, il confidente, l’unico sicuro punto di riferimento affettivo, rivela allora un’alterità mai compresa a fondo, e quindi mai amata davvero.” Si tratta di quella stessa incomprensione che continua a minare un autentico dialogo tra diversi, e che ora più che mai richiede da parte di ognuno un’assunzione di responsabilità.

Hella Haasse, “L’amico perduto”, (trad. Fulvio Ferrari – titolo originale “Oeroeg”), pp. 160, € 16,00, Iperborea, 2017.

Giudizio: 5/5


21.12.2017 Commenta Feed Stampa