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Scarti di Giuseppe Marcenaro

di Lorenzo Leone

Preponendovi un’introduzione sfacciatamente depistante, Giuseppe Marcenaro scrive un ponderoso, ma non troppo, libro di aneddotica letteraria e storica. Scarti però, questo il titolo, è bensì un esercizio di stile – nel senso più fecondo che questa locuzione può assumere. In sintonia, in breve, col lettore ‘poliocchiuto’ e ‘saputo’, che apprezza le cose dette bene, con gusto, ironia e, soprattutto, con humour.

Le ‘cose’, intanto: marginalia, glosse, pochade, ritrattini cavati da cartoline, lettere, ricordi, aneddoti e, naturalmente, libri, ordinati secondo un criterio cronologico, dal secolo decimosettimo alla metà suppergiù del ventesimo, spaziandosi fra la Francia e l’Italia, con capatine nel resto del mondo. Leopardi, Napoleone, Rimbaud et Verlaine (cui l’autore dedicava, poco tempo fa, un libretto di 327 pagine: Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud, Milano, Bompiani, 2013), Proust, Joyce, Svevo, D’Annunzio, Montale (qui vi rinvio al suo Eugenio Montale, Milano, Bruno Mondadori, 1999), Caruso (il tenore), Croce, Ansaldo (vi rinvio qui a un curioso testo curato dal nostro: Lettere al redattore capo. Dalle carte di Giovanni Ansaldo, Archinto, Milano 1993), Longanesi alcune delle celebrità, convocate assieme a uno stuolo di sconosciuti o semisconosciuti, di «inabissati», come ripete Marcenaro (cfr. pp. 118, 175, 189): Paolo Lingueglia, autore di una raccolta di poesiole intitolata Liriche ferroviarie, con acquarelli del pittore P. Baratta; un generale Kanzler, proministro delle Armi dello Stato della Chiesa, annotatore indefesso di nomi e fatti dei suoi ufficiali e impiegati; Tina di Angelo, mezzosoprano un tempo celebre di cui non ci resta, quasi, che una anomala ‘autobiografia’ assemblata coi ritagli di giornale che la celebrano (uno scrapbook); Aloysius Bertrand, scrittore morto in miseria (ma chi non conosce il Gaspard de la nuit? Certo, anche grazie a Baudelaire e a Ravel) eccetera eccetera.

Sopra il suo ‘materiale’, Marcenaro opera una specie di ‘critica letteraria’; una critica che è scrittura e riscrittura parodica: con che si intende una tecnica della citazione e della composizione; e una beffarda ‘ripresa’ (la Gentagelse kierkegaardiana?). Marcenaro è un trouvailleur, ma in un senso non deteriore, un trouvailleur di trouvaille(s): parola di cui dobbiamo rappresentarci l’intero suo ‘spettro’ lessicografico: scoperta fortuita, par hasard, oppure no, cosa eccezionale e cosa di nessuna importanza, felice ispirazione, schizzo ingegnoso, trovata lessicale. L’altra parola, perché ce n’è un’altra, l’altra parola che mi pare avere una certa fortuna nella ‘designazione’ del libro è la parola scrap; parola che, difatti, ricorre qua e là nel volume (e che ho cerchiato, p.e., alle pp. 113, 117, 137, 173, 177). Mi sono domandato se scraps non fosse il titolo ideale del volume. Scrap è il rottame, lo scarto, a remnant, ciò che rimane, una parte sconnessa; ma, soprattutto, uno scrapbook è un album di foto, di ritagli, di annotazioni sparse. Ho sollecitato amici sulla traduzione di scrap nel caso in cui scarps fosse il titolo di un libro di aneddotica storica, letteraria ecc. Le risposte meriterebbero tutte una menzione ma, per non dilungarmi troppo, mi limito a tre. Una prima traduzione è lacerto, che è sì figuratamente un frammento, ma che nell’uso napoletano, recita il vocabolario Treccani, è altresì «la riparazione di crepe nei muri mediante inserzioni di conglomerati e frammenti di pietra». Ugualmente la parola collages – è un’altra proposta – suggerisce l’idea di un riutilizzo del materiale di scarto, dei rimasugli, secondo una ‘logica’ che, in ambito culinario, appartiene alla polpetta. Monnezza, invece, è parola e nozione cui Marcenaro fa ripetuto riferimento nella sua scherzosa introduzione. Una battuta soltanto che cavo da lì (p. 13): «Oggi la scrittura, al contrario della monnezza ha perduto peculiarità».

Giuseppe Marcenaro, “Scarti”, pp. 302, 19 €, il Saggiatore, 2017.

Giudizio: 5/5


6.02.2018 Commenta Feed Stampa