Jan
25
NOTA: nel post che segue viene svelata in parte la trama del libro La strada, e, soprattutto, viene svelato il finale. Quindi, dammi retta, fatti un favore: se non hai letto La strada, non leggere questo post, perché ti priveresti di un piacere grandissimo. Fa così: esci di casa, vallo a comprare, fatti catturare, leggi fino all’ultima riga e poi, se ne hai voglia, torna su CB.
Ieri ho comprato con colpevole ritardo La strada di McCarthy, l’ho iniziato a leggere verso le dieci di sera e alle due di notte l’ho finito, senza riuscire a distrarmi neanche dieci minuti, tutto d’un fiato come non mi capitava da tempo. Lo dicevano tutti quelli che lo avevano letto e adesso lo posso dire anch’io: La strada è un libro bellissimo. Un capolavoro. Ti rimane dentro. Ti fa pensare. E’ pieno di allegorie. E’ pieno di vita. E di morte. Ma più di vita, secondo me. McCarthy ha una fantasia visionaria pazzesca a sfrenata. E’ un genio.
Questa non è una recensione perché non sono un critico e poi perché, beh, la rete è piana di gente entusiasta di McCarthy, basta che digitate il suo nome su Google. Scrivo questo post, invece, per fare una riflessione. Anzi due. Continua a leggere
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Leçtores förmidable, Cormac McCarthy | 7 Commenti
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Sep
27
Sotto un cielo di cenere, davanti a un sole malato come un grande glaucoma spalancato sul mondo, un uomo e un bambino arrancano in mezzo al fango e alla neve trascinando un carrello. L’apocalisse non è ancora arrivata, Cormac McCarthy sì.
Si chiama La strada l’ultimo prodigioso libro dello scrittore premio Pulitzer. Come nel più classico dei road-movie, o dei road-book, due uomini attraversano un territorio sconfinato diretti a sud. Solo che stavolta non sono due cow-boys, ma padre e figlio, e davanti a loro non hanno praterie sterminate, ma paurose macerie di un mondo postatomico. Riverberi lontani di città in fiamme, picchi innevati, foreste di alberi morti, lande desolate battute dal vento e da terrificanti bande di predoni cannibali, muti deserti di carcasse, spiaggie rilucenti di milioni di ossa e lische, e un oceano freddo e nero che si muove come materiale radiattivo in una vasca di stoccaggio. Sembra di leggere Omero ma è McCarthy, sembra di avere tra le mani Elliot (”Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano/Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata” T.S. Eliot, The Waste Land), ma è sempre McCarthy, sembra poesia e invece è prosa.
E i suoi personaggi senza nome, “uomo” e “bambino”, non sono personaggi, sono due archetipi umani, eroi tragici in lotta per la sopravvivenza in un mondo più feroce della natura. Ma la violenza dei libri di McCarthy non è mai gratuita ma simbolica, antica come la Bibbia e moderna come l’America di Bush.
Non ho parole per descrivere il libro di McCharty, perché dopo aver letto questo libro ci si sente in colpa per ogni parola in più che si adopera. Stavolta il lavoro di sottrazione sulla lingua è talmente estremo che il linguaggio regredisce ad uno stato primordiale, come i pochi sopravvisssuti sulla terra. La lingua si fa ossidiana, punta acuminata di selce, utensile mirabile e perfetto nella sua elementarità. Il lessico antico e potente come una preghiera. La prosa scarna e sincopata, brevi paragrafi separati da stacchi, come graffiti sulle pareti della pagina. Il paesaggio si decompone per tornare agli elementi primari: acqua, aria, terra, fuoco. Il correlativo interiore è il paesaggio degli istinti primitivi - il coraggio, la paura, l’amore, la ferocia - che muovono l’antica danza dell’uomo eternamente sospeso tra la vita e la morte.
Io ho pianto, ho pianto e ho tremato e ho gioito ad ascoltare il canto disperato di un padre e un figlio che custodiscono il dono del fuoco, e tramandano quello della civiltà, che forse si estinguerà con loro.
La strada è un libro che fa giustizia di scaffali di libri mediocri e precipita legioni di scrittori nei gironi dell’autocommiserazione. La strada fa sparire tutto, perché quando lo leggi c’è solo quella maledetta strada, quell’uomo e quel bambino. La strada è un grande libro perché è un libro universale, che parla all’uomo per mezzo dell’uomo. Non devo sapere niente per leggerlo, devo solo saper leggere. E non è solo un libro ma anche un rito, e l’unico requisito per partecipare è vivere.
Nell’undicesimo Libro dell’Odissea l’indovino Tiresia predice l’intero viaggio ad Ulisse: ma la storia del Re di Itaca non terminerà con la strage dei Proci. Egli riprenderà il mare, sbarcherà e camminerà portandosi un remo in spalla, e incontrerà genti che non conoscono il mare e che non adoperano il sale, finché sulla sua strada troverà un viandante che scambierà il remo per un ventilabro. Solo allora dovrà piantare il remo in terra, e dopo aver sacrificato un verro un ariete e un toro agli Dei, potrà finalmente fare ritorno alla sua reggia e morire di muta vecchiezza e i popoli vivranno in pace. Quel remo piantato in mezzo al deserto è il confine dell’epos, oltre non c’è racconto, ma sabbia e silenzio.
Mentre leggevo La strada e seguivo quelle figure avanzare su quelle plaghe inospitali, ho immaginato che il viandante della profezia di Tiresia fosse il viandante che compare alla fine de La strada.
In ogni caso, Ulisse può star sicuro che ci penserà McCharty a raccogliere quel remo, e a ficcarlo nell’occhio di qualcuno.
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